A COSA SERVE IL COACHING EMOZIONALE

Il Coaching Emozionale è un modo per modificare il sistema con cui creiamo e manteniamo i problemi con noi stessi e con gli altri.
L'obiettivo è di riconoscere i presupposti delle nostre emozioni per poter scegliere responsabilmente il nostro comportamento.

Grazie al Coaching Emozionale, in un numero limitato di incontri, è possibile:
- superare la timidezza, la gelosia, la rabbia, il senso di inadeguatezza, di colpa, il timore del giudizio altrui...
- superare le paure di ogni tipo (es: della gente, di volare in aereo, dei ragni, di parlare in pubblico, ansia degli esami…)
- affrontare la depressione
- affrontare i lutti, le separazioni, il mobbing…
- aumentare la capacità di concentrarsi e di studiare
- acquisire un corretto comportamento alimentare
- gestire lo stress, imparare a rilassarsi
- risolvere i conflitti personali e interpersonali
- affrontare i disturbi psicosomatici
- liberarsi del condizionamento del proprio passato
- modificare i comportamenti indesiderati
- migliorare i rapporti familiari e in genere interpersonali
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COME FUNZIONA IL COACHING EMOZIONALE

Il Coaching Emozionale permette di sciogliere in breve tempo i problemi e i disagi perché modifica il sistema comunicativo e di creazione dei significati che crea e mantiene i problemi.

L’intervento di Coaching Emozionale esplicita i processi comunicativi e di creazione di significato e li modifica agendo su pochi punti-chiave del problema affrontato.

Accade, anche piuttosto spesso, che uno o due incontri siano già risolutivi per gran parte degli aspetti del problema.
In questi casi la soluzione raggiunta può apparire in seguito banale come un trucco svelato: spesso si trattava di rimuovere un ostacolo prima invisibile, un automatismo che rende ciechi, uno schema difensivo.

Qui di seguito delineo un processo-tipo di Coaching Emozionale giusto per darvi un’idea, ma voi sapete che può variare:
- In genere il primo incontro prende avvio dalla definizione del problema in termini di disagio per giungere a definirlo nei termini dell'obiettivo da raggiungere.
- Seguono di solito da 1 a 4 incontri, che consistono essenzialmente in colloqui, alla conclusione dei quali si è invitati a seguire un programma di esercitazioni (spesso brevissime, di pochi istanti o minuti) centrato sui fulcri comunicativi generatori del problema o del disagio. Si viene guidati nelle esercitazioni modificando il programma in funzione dei risultati.
- L'ultima fase è di supervisione, ha lo scopo di consolidare ed estendere i primi miglioramenti trasformando la risoluzione del problema in apprendimento.
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volo


Mauro racconta: alla mia ennesima domanda preoccupata del fatto che mia figlia Valeria fosse davvero convinta a provare il volo in parapendio, lei mi disse: ”papa’ in fondo questo e’ solo il mio primo volo senza finestrino”

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LE TRANCES NEL DISCORSO AMOROSO


Ecco alcuni appunti dai FRAMMENTI DI UN DISCORSO AMOROSO di Roland Barthes riordinati secondo trances diverse: quando l'attenzione è a stare bene, quando si sta male, quando si rischia di stare peggio.
Si parte con l'accorgersi della follia-malattia dell'innamorato
.

L'innamorato non smette mai di correre con la mente e di intrigare contro se stesso.
Il suo discorso è fatto a vampate di linguaggio causate da circostanze infime, aleatorie, che gli fanno cogliere la struttura ricostruendone l'ampiezza.
Ciò che il single invidia alla coppia è la struttura, che anche se non dà la felicità é 'abitabile' (=ci si sta dentro per dare continuità al sistema anche se la si critica).
La solitudine dell'innamorato è la solitudine per cui è da solo a fare sistema.

Il cuore dell'innamorato è pieno di cattivi sentimenti, il suo amore non è generoso.

L'innamorato è 'come' pazzo, la sua follia è metaforica, egli non è davvero pazzo in quanto può dire di esserlo.
L'innamorto vive in uno stato di doppia trance: vive contemporaneamente due mondi/contesti immaginari senza riuscire ad appartenere completamente a nessuno di essi.

QUANDO SI STA BENE: LE TRANCES GRADEVOLI


Per prima cosa amiamo un quadro, l'oggetto amato in un contesto che lo consacra.
Ciò che colpisce è una persona intenta ad un lavoro che non bada a me.
Io sorprendo l'altro nel suo contesto e proprio per questo l'altro sorprende me, io non mi aspettavo di sorprenderlo.

Abbraccio: in questo incesto ritrovato tutto rimane sospeso: il tempo, la legge, la proibizione, niente si esaurisce, niente si desidera, tutti i desideri sembrano definitivamente appagati.
Tuttavia in quell'abbraccio infantile il genitale si fa sentire rimettendo in marcia la logica del desiderio.

Esiste un freddo speciale dell'innamorato, la freddolosità del cucciolo che ha bisogno del calore materno.

Non c'è solo bisogno di tenerezza, ma anche quello di essere tenero con l'altro.
Il gesto tenero dice: chiedimi qualunque cosa che possa sopire il tuo corpo, e non dimenticare che ti desidero un po', leggermente, senza volere immediatamente ghermire alcunché.

Adorabile: tautologia (adoro in quanto è adorabile) che serve a stordirmi con la sua affermazione.

Quando sento che tutto ciò che faccio ha un senso, questo senso è la finalità inafferrabile che consiste nella coscienza della mia forza.

La magia scaramantica: es: osservo le foglie, se una sta per cadere trema con lei tutto il mio essere, con lei cadrebbe la mia speranza.
Io non sono dialettico, la dialettica direbbe che comunque la foglia cadrà poi , ma intanto io sarò cambiato e non mi porro più la domanda.
L'innamorato tenta di decifrare i segni, e lo fa perfettamente, ma non sa fermarsi su una certa decifrazione e viene preso in un ciclo perpetuo.

Continuamente invitato a definire l'oggetto amato, e soffrendo a causa del dissacramento di questa condizione, il soggetto amoroso sogna una saggezza che gli farebbe accettare l'altro così com'è, esente da ogni aggettivo. (Detesta che un altro definisca a parole il suo amato 'solo io innamorato lo conosco, lo faccio esistere nella sua verità, visto che solo con l'altro mi sento me stesso').
Ama l'altro non per le sue qualità contabilizzate, ma per la sua esistenza (con impulso mistico: amo non ciò che è ma in quanto è), in questo modo gli sembra di poter desiderare di meno l'altro e di goderne di più.

QUANDO SI STA MALE: se si fa resistenza al no-trance-state, se si definiscono male i confini, se si vive impazienti in un altroquando, se pensieri creano paure.

L'alterazione dell'immagine dell'altro si ha quando ho vergogna per l'altro, il che fa sentire minacciosamente un mondo completamente diverso che è poi il mondo dell'altro.

Vi sono dei momenti in cui si ha bisogno di sentirsi dire che il crollo temuto è già avvenuto "non essere più angosciato, tu l'hai già perduto".

Quando si vive il mondo come rivale in quanto obbliga a spartire l'attenzione dell'oggetto amato che si occupa d'altro da noi cancellando la relazione duale esclusiva.

Senso di colpa di essere forte, di avere padronanza nel mondo dei non innamorati.
Es: non me ne vado prima che il treno su cui c'è l'oggetto d'amore sia partito anche se è inutile che io resti qui -> costrizione simbolica.

Senso di abbandono quando l'altro sta male, essendo egli infelice di per sé, senza di me.

La ricerca di appagamento (come se la giusta misura fosse 'non mai abbastanza') porta a cumulare un troppo -> Margherita: 'ti voglio troppo bene, ma non voglio togliere questo troppo'.
La coreografia della frustrazione è la presenza, in cui l'oggetto d'amore è qui ma seguita a mancarmi, non ne sono sazio.

Attesa: tutto ciò che circonda l'attesa dell'innamorato è de-reale, gli altri, che non aspettano, vivono un'altra realtà.
- All'assente io faccio continuamente il discorso della sua assenza (rendendolo presente come allocutore). "Se fosse qui potrei rimproverargli di non essere qui".
- 'Far aspettare' è prerogativa di qualsiasi potere.
Con la sensazione di de-realtà si subisce una doppia perdita (e un doppio senso di inadattamento): sono escluso e ciò da cui sono escluso non mi fa invidia.
Subisco il mondo come un sistema di potere: gli altri sono maleducati in quanto mi impongono il loro sistema di essere = gli altri vivono in uno stato di pienezza mentre io no e pertanto non posso avere rapporto con il mondo-potere (e come averne se non ne sono né lo schiavo, né il complice, né il testimone).
Ogni tanto la sensazione si rovescia 'cosa diavolo sto facendo qui?' e ad apparire de-reale è l'amore.

La fascinazione, anche per l'amato, non è altro che il punto estremo del distacco.

COME STARE PEGGIO QUANDO SI STA MALE

Nel lutto amoroso si soffrono due infelicità contrapposte: soffro che l'altro sia presente e soffro per il fatto che sia morto come mio oggetto d'amore.
- Soffro rifiutando il timore che questo oggetto perda di significato.
- Nel lutto il dolore è la perdita del linguaggio amoroso.
Piangendo voglio impressionare qualcuno e spingerlo alla commiserazione. Questo qualcuno è spesso l'altro ma posso essere anche io.
Mi scelgo una parte: io sono quello che piange. Recito questa parte davanti a me stesso ed essa mi fa piangere (sono Il teatro di me stesso).
Mi faccio piangere per provare a me stesso che il mio dolore è un'illusione (le lacrime sono allora dei segni e non delle espressioni).
Attraverso le lacrime racconto una storia e do vita a un mito del dolore e da quel momento mi uniformo ad esso.

Dissolvenza: 'Sto per lasciarti' dice ad ogni istante la voce al telefono.
Non si conosce la voce dell'essere amato se non quando essa è morta, ricordandola.

Si è sempre gelosi di due persone contemporaneamente: di chi amo e di chi lo ama.
L'odiosamato (il 'rivale') è anche amato da me, m'interessa, mi incuriosisce, mi affascina.
Come geloso soffro 4 volte perché:
- sono geloso, mi sento escluso
- mi rimprovero di esserlo, mi sento pazzo
- temo che la mia gelosia finisca per ferire l'altro, mi sento aggressivo
- mi lascio soggiogare da una banalità, mi sento come tutti gli altri

Pensando ad una via d'uscita da una situazione che 'non può continuare così' semplicemente dimentico ciò che invece bisognerebbe sacrificare: la mia follia (che per sua essenza non può essere sacrificata da chi se la porta).
Tutte le soluzioni che riesco a immaginare sono interne al sistema.

I DISCORSI

Nell'istante in cui sento una frase 'riuscita' nella quale credo di scoprire l'esatta espressione di una verità (focusing) questa frase diventa una formula che ripeto in proporzione del grado di acquietamento che essa mi da.

Non si può scrivere-dire senza tradire un po' la propria 'sincerità': facendolo si sacrifica un po' dell'immaginario per acquisire un po' di reale.
Il linguaggio è insieme troppo (per l'illimitata espansione dell'io e per la sommersione emotiva) e troppo poco (per i codici entro cui viene costretto).

Dedica: non potendo donare niente dedico la dedica nella quale si condensa tutto ciò che ho da dire l'indicibile), è un messaggio vuoto, interamente racchiuso nel suo indirizzo, colpisce in quanto è muto.

Passato il momento della prima confessione 'ti amo' non vuol dire più niente.
La parola-frase non è metafora di niente, non porta informazione al di fuori del suo proferimento (non ha un magazzino di significato) è il risultato di una performance: il desiderio non è né represso né riconosciuto, semplicemente goduto, il godimento non si dice ma parla dicendo 'ti amo'.

Con le dichiarazioni voglio carpire all'altro la formula del suo sentimento, ma una cosa, anche se detta, è molto provvisoriamente vera.

La passione è fatta per essere vista, se la si vuole nascondere bisogna che il nascondere si veda 'sappiate che vi sto nascondendo qualcosa' mettendo una maschera sulla passione ma indicandola con un dito discreto e scaltro.
Voglio provocare la domanda 'ma che cos'hai?' per fare compassione e al contempo destare ammirazione, per essere bambino e adulto contemporaneamente.

Il malumore non è altro che un messaggio (ricattatorio?), non c'è nessuno che lo sopporti da solo senza distruggere la gioia intorno a sé.
Si sente che qualcosa manca, i quattro stati di incompletezza codificati Zen sono la solitudine, la tristezza che deriva dall'incredibile naturalità delle cose, il sentimento della stranezza, la nostalgia.


GLI STRUMENTI

Se penso di amare chi non mi ama, posso accorgermi che non è lui che amo, altrimenti amerei il non amarmi.

Accettare le ingiustizie della comunicazione, continuare a parlare con leggerezza e tenerezza senza esigere risposta.

Vagare: benché ogni amore sia vissuto come unico e benché si respinga l'idea di ripeterlo altrove in futuro, a volte il soggetto coglie una specie di diffusione del desiderio amoroso: esso allora capisce di essere destinato a vagare da un amore all'altro.
E' come se attraverso l'amore si accedesse ad un'altra logica (l'assoluto non è più costretto ad essere unico), ad un altro tempo (vivo degli istanti verticali) a un'altra musica (un suono in sé musicale, senza memoria).

Il non-voler prendere (Nvp) è un succedaneo rovesciato del suicidio: non uccidersi per amore vuol dire prendere la decisione di non appropriarsi dell'altro.
Come? Lasciando che il desiderio circoli in me non opponendomi al mondo sensoriale ma addossandogli la mia verità che è di amare assolutamente, e collocandomi da qualche parte fuori dal linguaggio (per rompere con sistema dell'immaginario) e semplicemente sedermi (l'erba cresce da sola).
'Ti amo' si trasforma i 'mi trattengo dall'innamorarmi', o meglio staccarsi dall'essere innamorati e amare, dominare il desiderio per non dominare l'altro.
(Attenzione a non fare del Nvp una mossa tattica o un gonfiamento dell'ego).
C'è del desiderio nell'amare, ma questo è deviato, si orienta verso una sessualità diffusa, una sensualità generalizzata.

Se un soggetto innamorato si racconta in una 'storia' d'amore, conciò stesso si riconcilia con la società da cui si escludeva.
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A volte i figli ci mostrano, da stranieri, come abitare il nostro spazio.
Margherita, cinquenne, afferma "non puoi odiare qualcuno perchè è come volerlo in un altro mondo, ma tu sei nel mondo".. Continua...

Madonna!




Margherita, quattrenne, vede in un giardinetto una piccola grotta di cemento con una madonnina.

E' affascinata "guarda!!!" mi dice indicandola.

Io le spiego "quella stautina rappresenta la mamma di Gesù, la chiamano Maria, oppure Madonna".

Al chè Margherita ride, si batte sulla fronte e mi dice "che ridere, si chiama come uno spavento!!!"

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Cos'è che mi fa sopportare il formicolio del braccio se ci si è accoccolato il gatto?


Sono sdraiata sul divano, il braccio schiacciato mi comincia a formicolare forte, anzi, fa proprio male. Però sto lì, immobile, attenta a non spostare il gatto che ci si è accoccolato sopra.

Ora voglio osservare bene.
Non basta dirmi che ho piacere che il gatto stia accoccolato lì.

Voglio capire di che sostanza sia fatta la mia volontà di stare ferma per non spostare il gatto.
Deve essere una sostanza grossa, perché il male è forte e questa lo controbilancia benissimo.

Quando il crescendo del dolore raggiunge la sua soglia finalmente mi muovo. Il gatto mugola e si sposta. E io? Cosa c'era nell'istante prima che adesso non c'è più?
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Punti di vista sconcertanti


Ogni tanto mi capita di rimanere sbalestrata da una battuta di dialogo. Confusione e nausea come di vertigine. Riprendo equilibrio solo ridendo.

Ecco un esempio: per l'ennesima volta il calorifero sgocciola, ma per caso e fortuna vedo dal ballatoio proprio l'idraulico arrivato a sistemare un guaio dal vicino e lo chiamo affinchè mi risistemi il calorifero che aveva già tentato di sistemare due giorni prima.
Lui sale, ha in mano gli attrezzi, ma non sono quelli giusti, dice.
"Non si preoccupi, torno, lei lo sa che sono una persona seria" e a tutta prova aggiunge "sono venuto qui almeno 15 volte, e lei lo sa".
In questo caso quel che è implicito per me, e cioè che sia preferibile che venga una sola volta e a risolvere definitivamente il problema, non solo non lo è per lui, ma lui implica che la prova della sua serietà stia nell'essere tornato 15 volte.

Un altro esempio. All'architetto l'ingenere contesta la progettazione della grondaia: è evidente un continuo stillicidio di acqua lungo tutto il colmo della grondaia che fa sgocciolare l'acqua dentro il balcone. Al che l'architetto replica "ma è perchè ha appena piovuto!". Io qui mi chiedo, con uno stupore divertito e incazzoso, ma cosa diavolo implica lui? Forse la grondaia non è fatta proprio per quando piove?

Questa è bella: due avvocati si incontrano, una propone di intrapprendere un percorso di conciliazione, al che l'altro risponde "non penso che possiamo conciliare, abbiamo due posizioni diverse" Spiegargli che conciliare significa trovare un accordo fra posizioni diverse? Cosa intende lui per conciliazione?


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Una storia di mediazione con il Coaching Emozionale


Voglio raccontarvi una storia di mediazione risolta con il coaching emozionale così che possiate darvi un’idea di come funziona.
E' un'esperienza fatta insieme a Maria Francesca Francese, un'amica che fa l'avvocato conciliatore

Le cirostanze
Otto donne, ciascuna rappresentante di una classe di una scuola materna, erano in contesa con un uomo, Mimmo, genitore di un alunno, che era stato eletto rappresentante dell'assemblea di tutti i genitori.
A Mimmo erano stati affidati millesettecento euro all’inizio dell’anno scolastico. Mimmo avrebbe dovuto depositarli in un conto comune destinato a far fronte ai progetti deliberati per la scuola ma, una volta entrato in possesso di questi soldi, non li ha più restituiti.
Il conflitto non è scoppiato subito in maniera trasparente. Più di una donna ha sospettato che i soldi non sarebbero tornati indietro e ha fatto qualche passo per ottenerne la restituzione ma in maniera indiretta e non esplicita. Per esempio è stato chiesto a Mimmo di convocare un'assemblea nella quale sarebbe emersa la mancanza di questo soldi, però senza chiedere direttamente se i soldi ci fossero oppure no, se li avesse depositati oppure no, se se li fosse intascati e spesi o se fossero ancora disponibili.
Via via che i sospetti si diffondevano qualcuna ha provato ad aprire un dialogo con Mimmo, tipo "se hai bisogno di aiuto, parliamone." A questo genere di aperture Mimmo non ha saputo rispondere se non reiterando bugie e scuse poiché temeva le conseguenze del proprio gesto.
La sequela delle comunicazioni vaghe e degli approcci equivoci ha continuato finché il caso non ci è stato presentato a distanza di qualche mese, nell’evidenza della mancanza del denaro affidato a Mimmo e nell’esasperazione di tutte le persone coinvolte.

Primo incontro con il gruppo delle mamme
Durante il primo incontro abbiamo conosciuto le mamme rappresentanti di classe. Sapevano di venire in mediazione, sapevano che si trattava di un percorso diverso da quello giudiziale, ma non sapevano che cosa ciò significasse nella pratica, tant'è che sono rimaste spiazzate dalla nostra impostazione.
Infatti abbiamo subito impedito che si parlasse di ragioni e di torti (dando per scontato che appropriarsi di soldi altrui non fosse lecito) e abbiamo indirizzato la nostra attenzione esclusivamente agli obiettivi da raggiungere.
Questo è spiazzante per chi si aspetta di ricevere “solidarietà contro”, collusione, conferma nella propria posizione di superiorità morale, di giusto e di vittima, e invece si trova ad essere richiamato alla propria responsabilità, a definire ciò che davvero vuole ottenere e ad attivare i comportamenti utili per ottenerlo.

Individuare gli obiettivi è meno banale di quanto sembri.
Inizialmente sembrava che l’unico obiettivo del gruppo delle mamme fosse recuperare i soldi e punire l’offensivo colpevole: "Non si può fargliela passare liscia" "Ci ha imbrogliate" "Ci sentiamo prese in giro" "Doveva pensarci prima" "Dobbiamo denunciarlo" "Non è un problema mio se va nei guai" "Ci ha detto un sacco di bugie."
La carica emotiva era forte, e espressa inizialmente solo attraverso la rabbia.

Avendo in mente come unico obiettivo quello di recuperare i soldi, spesso le rappresentanti hanno sconfinato gravemente pensando di coinvolgere la moglie di Mimmo: "Lei lavora, deve aiutare il marito" "Dobbiamo parlare con lei".
Così il nostro primo intervento ha dovuto immediatamente ridefinire i confini del conflitto.
Questa è una operazione molto importante perché molto spesso, se non lo si fa, il conflitto si allarga a coinvolgere persone che non sono interessate a raggiungere gli stessi obiettivi e si perpetua nell’insoddisfazione generale.
Per definire i confini bisogna andare alla caccia delle responsabilità che definiscono i limiti dell'identità del sistema.
In mediazione l'obiettivo è di dare soddisfazione a tutti gli interessi delle parti in gioco individuando un contesto condiviso. E' importante coinvolgere tutti i portatori di interessi altrimenti qualcuno rimane insoddisfatto. Ed è altrettanto importante coinvolgere esclusivamente i portatori di interesse in gioco altrimenti il conflitto si allarga.
Non è stato difficile riconoscere che la moglie era estranea al sistema in conflitto. Lei infatti non aveva preso alcun impegno verso le rappresentanti della scuola e le sue eventuali responsabilità nei confronti del marito riguardano la sua relazione con lui, che lascia estranee tutte le altre persone.

Siccome il primo (e inizialmente l’unico) obiettivo emerso, il recupero dei soldi, era espresso con grande violenza emotiva, ci siamo subito dedicate alla quantificazione del danno in modo che le emozioni e i significati coinvolti fossero commisurati al danno effettivo e non ai sistemi simbolici più o meno esplicitamente coinvolti.
Nello specifico si trattava di milleseicentonovanta euro su una popolazione di 110 bambini, perciò all'incirca 15 euro a famiglia.
Questo ha permesso alle rappresentanti di demistificare la propria interpretazione del fatto, passando da "come si fa a rubare ai bambini!" (dove è il rubare e i bambini catturano l'attenzione e mobilitano principi etici ed emozioni forti) a "beh, in fondo mancano 15 euro a famiglia" il che muove un po' di incazzo e di frustrazione, ma sdrammatizzata.
E’ così apparso chiaro a tutti che le emozioni coinvolte erano sproporzionate al danno effettivo che ogni famiglia avrebbe dovuto sopportare.

“Ma allora, se il danno non è così enorme, come mai mi sento tanto arrabbiata?”. Questa domanda ha permesso di guidare le mamme verso l’individuazione di obiettivi meno ovvi, alla ricerca di ciò che davvero desideravano.
Così sono emersi come ulteriori obiettivi l’impedire a Mimmo di rifare quello che aveva già fatto, il non fargliela passare liscia, e rispondere alla domanda "come presentarsi agli altri genitori senza perdere la faccia?".
Le mamme rappresentanti erano infatti molto preoccupate della figura che avrebbero fatto di fronte agli altri genitori, temevano di essere considerate colpevoli dell’ammanco. La rabbia e l’aggressività che esprimevano nel desiderio di denuncia e di vendetta nascondeva alla loro consapevolezza proprio questo timore.

Abbiamo accolto questi nuovi obiettivi e contemporaneamente abbiamo chiesto che fossero raggiunti all'interno di un sistema nel quale si riconosceva la propria totale responsabilità.
Quale responsabilità hanno i rappresentanti di classe nel fatto che Mimmo abbia trattenuto il denaro? Inizialmente questa chiamata alla responsabilità è stata rifiutata. "Anche mio marito è disoccupato, ma non ha mai rubato", "Abbiamo sempre affidato i soldi in questo modo, non potevamo sapere cosa sarebbe successo", "Non li ho mica presi io i soldi." Tutte frasi che evidenziano la confusione concettuale tra responsabilità e colpa.
Abbiamo allora fatto in modo che si comprendesse la differenza tra responsabilità e colpa, senza troppa teoria, con un esempio: cosa avremmo pensato se un nostro figlio avesse lasciato incustodita la macchina fotografica al bar "lasciandosela" rubare? Ovviamente non avremmo potuto considerare il piccolo colpevole della sottrazione, ma gli avremmo dato dell’ingenuo e dell’irresponsabile dicendogli che avrebbe dovuto ben sapere che non è prudente lasciare una macchina fotografica incustodita in un bar.

Le mamme si sono trovate molto scomode. Credevano di partecipare un contesto in cui si sarebbero sentite dar ragione, in cui avrebbero trovato sostegno emotivo e pratico per condurre una battaglia vittoriosa, ma si sono trovate in un contesto che le invitava a riconoscere pienamente la propria responsabilità quando ancora la confondevano con la colpa.

Le abbiamo lasciate dopo il primo incontro con il compito di ridefinire la prassi per la custodia del denaro raccolto, in modo da poterla sottoporre all'assemblea generale dei genitori così da recuperare con una proposta sostanziale la propria funzione responsabile di rappresentanti di classe.


Secondo incontro con il gruppo delle mamme

Al secondo incontro il gruppo delle mamme si è presentato con il compito ben eseguito: la prassi di consegna e custodia del denaro era stata ridefinita in maniera consensuale e non eccessivamente farraginosa.

Questo primo lavoro ha ottenuto diversi vantaggi:
- ha permesso di reindirizzare l'attenzione dalla punizione o vendetta al raggiungimento dei loro obiettivi
- ha permesso di abbandonare l'illusione che punizione significasse soluzione del problema
- ha aiutato a riprendersi la responsabilità della propria funzione di rappresentanti

Dopo aver ribadito la differenza tra responsabilità e colpa, dopo aver ridefinito i confini del sistema da considerare e dopo aver dato risposta all'obiettivo di presentarsi dignitosamente all’assemblea generale dei genitori, ci siamo disposti al successivo incontro, quello che avrebbe coinvolto in mediazione anche Mimmo.

Incontro con Mimmo
Per preparare la mediazione in cui sarebbe stato coinvolto con le mamme, abbiamo incontrato Mimmo separatamente. Lo scopo era di conoscere i suoi interessi e la sua realtà, ripuliti dalle bugie e dalle illusioni.
Da parte nostra gli abbiamo illustrato a grandi linee lo scopo e il metodo della mediazione, non gli abbiamo nascosto il risentimento delle mamme, e abbiamo chiesto il suo impegno a mantenersi nella verità pena la nostra incapacità di aiutarlo.

Mimmo è stato posto da noi nelle condizioni di dover scegliere in un attimo se rischiare la verità o se mantenersi incastrato nella sua rete di bugie.
In qualche modo è riuscito ad abbandonare l'illusione che le bugie potessero proteggerlo e ad aver fiducia che nella verità i suoi interessi avrebbero potuto trovare maggiore soddisfazione.

Mimmo ha potuto finalmente ammettere di aver avuto paura e pertanto di aver raccontato molte bugie. Ha riconosciuto che ormai le bugie erano diventate per lui una gabbia nella quale rimaneva incastrato, alimentando illusioni di soluzioni, prima ancora di riuscire ad incastrare gli altri.
Infatti, a furia di raccontare storie, Mimmo poteva quasi credere che il fratello gli avrebbe davvero prestato il denaro necessario, che l'azienda gli avrebbe pagato gli arretrati, che la settimana prossima avrebbe potuto restituire almeno 100 euro…

Mimmo è disoccupato da più di un anno, ha 40 anni e due figli piccoli. Vive nel contesto di crisi economica e del lavoro che siamo invitati ad ignorare dalla tirannia dell'ottimismo di regime e a causa della colpevolizzazione dello sfigato che permette di sentirci superiori, fino a quando non riconosciamo noi stessi come sfigati.
Il riconsiderare questa condizione di difficoltà non ci mette nella condizione di giustificare Mimmo (perché noi non parliamo di torti e ragioni) ma ci mette nella condizione di riconoscere la dinamica di quanto accaduto.
Mimmo, per esempio, ha svolto con successo un lavoro di una decina di giorni ma non è stato riconfermato nell'incarico neppure quando ha chiesto di essere pagato come un giovane apprendista, proprio a causa del fatto che ha 40 anni e che avrebbe potuto fare ricorso contro il datore di lavoro che ha il permesso legale di sfruttare un giovane ma non di sfruttare un quarantenne.
Il riconoscimento di questo contesto sociale non è qualcosa di cui il sistema in mediazione possa prendersi direttamente carico, ma è una realtà che non può ignorare.
Anche qui la nostra attenzione era sul filo del rasoio perché bisognava stare attenti a non confondere la descrizione della realtà come giustificazione.

Primo incontro in plenaria
L'incontro successivo ha visto tutti insieme: Mimmo era agitatissimo, temendo la denuncia. Neppure per le accusatrici era facile affrontare la realtà. Le rappresentanti erano emozionate in presenza della persona contro cui sapevano puntare il dito nei propri pensieri di rabbia e vendetta. Si rendevano conto che è facile ipotizzare di punire qualcuno, ma che è difficile desiderare di farlo se lo devi fare tu, lì, in quel momento.

Scopo di questa sessione congiunta era definire una realtà condivisa. Si trattava di comporre il puzzle di quanto accaduto attraverso l'esposizione e la condivisione di tutti i punti di vista.
Una rappresentante ha raccontato nei dettagli la raccolta e l'affidamento del denaro sino alla sua sparizione, e Mimmo ha continuato raccontando il proprio contesto, i propri pensieri, le proprie intenzioni ecc.
Ci sono state molto domande, spesso dirette e precise, fatte a Mimmo da parte di alcune mamme del gruppo.
Per le mamme è stato emozionante esprimere senza reticenze le proprie emozioni in forma di domanda. Per Mimmo è stato semplice e scioccante rispondere la verità.
Finalmente la frustrazione delle rappresentanti ha potuto essere espressa liberamente: il loro senso di tradimento non solo per la mancanza dei soldi, ma il senso di tradimento per una relazione mancata "Io lo incontravo ai giardinetti con mio figlio."
Finalmente, oltre alla rabbia, si stavano esprimendo anche la tristezza del tradimento, il senso di abbandono, la paura dell’isolamento, lo scoramento per la mancanza di significati condivisi, …
Incontrarsi è commuovente.

L'importanza della condivisione della verità è straordinaria. Permette di capire di che cosa effettivamente si stia parlando e di ribadire i confini del sistema coinvolto. Condividere la descrizione del reale mette ciascuno nella possibilità di demistificare e nello stesso tempo di poter esprimere le proprie emozioni e chiedere chiarimenti sulle intenzioni altrui.
Questo di chiedere chiarimenti sulle intenzioni è un altro punto delicato perché se da una parte ti permette di trovare accordo in un principio di livello logico superiore, dall'altro rischia di diventare moralistico, educativo e di trasformare il tutto in un processo alle intenzioni.
"Ma quando ti sei fatto eleggere rappresentante è perché volevi già rubare?" "Che cosa ci hai fatto con questi soldi?".
Chiedere per che cosa siano stati utilizzati i soldi è molto probabilmente uno sconfinamento moralistico che rischia di distrarre dagli obiettivi di mediazione.
Non è utile, infatti, che le mamme si sostituiscano a Mimmo nel giudicare la sensatezza delle spese da lui sostenute.
Pertanto il nostro intervento è stato condotto anche qui sul filo del rasoio perché potevamo permettere questa indagine sulle intenzioni solo nella misura in cui si condividevano dei valori, ma dovevamo assolutamente impedirlo quando diventava un processo alle intenzioni.
Che queste domande potessero essere espresse esplicitamente e potessero ricevere risposta è stato utile a riconoscere le emozioni legate alla lettura del pensiero e contemporaneamente pericoloso perché permetteva di ergersi a giudici in ambiti non propri.

Ci siamo lasciati dopo questo incontro con la soddisfazione di condividere una realtà pienamente espressa, depurati della disintegrazione delle bugie, dalla sgradevolezza del sospetto ("Sono io che penso male…") e dalla confusione della vittima che si sente colpevole.

Tutto questo ha permesso che emergesse con chiarezza un obiettivo sistemico fondamentale fin’ora rimasto inavvertito e inespresso: fare in modo che le relazioni fra tutti (compresi i genitori rappresentati) tornassero sane e vivibili.

Ci saremmo rivisti al successivo incontro con l'obiettivo di trovare le soluzioni per risarcire il denaro, risarcire la faccia di Mimmo, e reimpostare in maniera sana il sistema di relazioni con Mimmo e con gli altri genitori.


Secondo incontro in plenaria

Le più ovvie soluzioni di risarcimento si sono rivelate impraticabili.
- "Ma non puoi venderti la macchina?" -> “l’auto che utilizzo non è mia e non ho neppure i soldi necessari per la benzina”
- "Chiedi a tuo padre e a tua madre" -> "Mio padre non c'è più, mia madre la mantengo io e mio fratello è disoccupato anche lui."
- "Dovevi pensarci prima" -> "Sì, avrei dovuto pensarci prima."

Questo primo passaggio di domande ovvie ha permesso di riprendere contatto con la realtà presente invece che con quella immaginata.
Le rappresentanti di classe si sono rese conto che la loro immagine della realtà era stata impoverita da eccessive semplificazioni.

Si è proceduto nel tentativo non di chiedere risarcimento, ma di creare un contesto che risarcisse. Una differenza enorme, perché creare un contesto che risarcisce mobilita la nostra responsabilità ed evidenzia la circolarità: la restituzione del denaro sarebbe proceduta di pari passo con il recupero della faccia di Mimmo, il quale, recuperando la faccia, sarebbe stato maggiormente in grado di rifondere il denaro.
Per ragioni burocratiche la scuola non avrebbe potuto accettare nessuna prestazione di lavoro svolta da Mimmo a compensazione del debito. Ma la rete dei genitori, se fosse stata capace di assumersene la responsabilità, avrebbe potuto creare numerose piccole occasioni di lavoro che avrebbero permesso a Mimmo di restituire i soldi. Si è stabilito che Mimmo non avrebbe ricevuto il compenso ma che il corrispettivo in denaro sarebbe andato direttamente a risarcire il debito.
Mimmo si è dichiarato disponibile per piccoli lavoretti (imbianchino, facchinaggio, lavori di fatica e quant'altro sarebbe potuto emergere, purché sentisse di averne la competenza) ed è subito apparso chiaro come la possibilità di restituzione del denaro fosse strettamente connessa e dipendente dalla capacità del gruppo genitori di creare contesti per consentire via via a Mimmo di rientrare nel consesso comunitario riguadagnandosi la faccia.
In questo modo, senza nulla togliere alla responsabilità di Mimmo, i genitori ritrovavano la propria piena responsabilità, la propria capacità di rispondere alla situazione.

Ora le rappresentanti sono in una situazione non semplicissima. Hanno imparato a distinguere la responsabilità dalla colpa, ma a volte ricadono in confusione.
Temono le obiezioni degli altri genitori proprio perché, non avendo pienamente integrato questa distinzione, si trovano nella difficoltà di testimoniarla congruamente agli altri genitori.

Lunedì prossimo ci sarà l'assemblea con gli altri genitori. Mimmo non ci sarà. Si era dichiarato disponibile ad esserci per assumersi la propria piena responsabilità in modo da sgravare le rappresentanti che gli avevano affidato i soldi. Ma si è scelto che lui non compaia ora, per scongiurare fenomeni di gogna, e che verrà dichiarata la sua disponibilità ad essere presente in futuro nel caso glielo chiedessero.

Le rappresentanti si presenteranno agli altri genitori così:
1. racconteranno l'accaduto in modo che ciascuno sappia ufficialmente quel che adesso circola per filama, cioè che i 1700 euro raccolti per i progetti sono stati sottratti.
2. Illustreranno il sistema ideato per evitare che questo possa verificarsi in futuro, con ciò prendendosi la responsabilità della propria funzione di rappresentanti.
3. racconteranno l'esperienza della mediazione, l'uscita dall'illusione punizione uguale soluzione, e l'incontro con la realtà demistificata, gli obiettivi da raggiungere e il progetto di creazione del contesto risarcente.

Saranno capaci di non cadere nella trappola delle giustificazione e del torto?
Saranno capaci di mantenersi attente all'obiettivo invece che farsi incastrare nella rabbia che permette loro di sentirsi superiori e giusti?
Crediamo di sì, che saranno capaci perché è diventato chiaro a tutti che ci sono due direzioni che portano a circolarità opposte.
Una crea un circolo vizioso, sostenuto dalla rabbia (che nasconde la propria responsabilità) incanalata dalla ricerca del colpevole come se fosse una soluzione, una rabbia che si alimenta dell'idea "televisiva" della denuncia e che porta alla disgregazione del tessuto sociale del quartiere. Questo circolo vizioso ha come unico vantaggio, perverso e costosissimo, di sentirsi offesi, giusti, superiori, giudici.
Il secondo circolo che si vuole virtuoso ha l'obiettivo di prendersi al 100% le proprie responsabilità, che non significa toglierne ad altri. Si tratta di non farsi distrarre dal distribuire torti e ragioni, ma di mantenere l'attenzione sugli obiettivi.
Questa responsabilità si è espressa nell'elaborazione di una nuova prassi, nella condivisione della realtà fatta con Mimmo e, soprattutto, nella condivisione insieme a tutti i genitori dei significati che si sono sentiti traditi e che si vogliono invece preservare.
L'obiettivo che tutti si rendano conto che il percorso che permetterà di recuperare i soldi è lo stesso percorso che permette a tutti di recuperare una faccia con cui incontrarsi attraverso la testimonianza dei valori condivisi anche, e soprattutto, rispetto ai bambini ai quali non si vuole mostrare una battaglia di ragioni contrapposte, ma percorsi di pace.



Emma Rosenberg Colorni, da anni si occupa di coaching emozionale per la soluzione dei problemi e dei conflitti come consulente nelle organizzazioni e per i privati. Potete conoscere il suo lavoro visitando il sito www.emmarc.it

Maria Francesca Francese (m.francesca@gmail.com) avvocato e conciliatore accreditato presso la camera di commercio di Trieste, responsabile di uno Sportello per la conciliazione delle controversie a Milano.


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Emozioni e competenza professionale


EMOTIONAL MATURITY
FATTORE DETERMINANTE PER IL SUCCESSO PROGETTUALE

Di Emma Rosenberg Colorni e Matteo Coscia

Recenti studi sull’andamento dei progetti dimostrano come la maturità emotiva delle persone, del team e dell’organizzazione che li circonda sia un fattore determinante al successo dei progetti.
Essere in grado di utilizzare le emozioni è una competenza irrinunciabile, per i Project Manager e per tutti gli Executive coinvolti nel richiedere, selezionare ed eseguire le iniziative.

Il Chaos® Report

Nel 2006 il Chaos® Report edito dallo Standish Group® evidenziava come fattori primari del successo dei progetti nell’ordine:

a) coinvolgimento degli utilizzatori,
b) coinvolgimento del top management,
c) visione chiara dei risultati da ottenere e
d) pianificazione appropriata.

Due anni dopo, l’edizione più recente dello studio riporta le prime tre posizioni inalterate mentre alla quarta posizione è comparsa “maturità emotiva”, a precedere temi più tradizionali come pianificazione appropriata o conoscenza metodologica del project management.

Che cosa significa maturità emotiva?

Mentre siamo ormai abituati ad avere strumenti per guidarci nella pianificazione ed a considerare apprendibile la metodologia di project management, non è ancora ovvio a tutti che anche le competenze emozionali possono essere imparate attraverso un percorso codificato e che di fatto anch’esse sono parte indispensabile della professionalità necessaria a gestire un progetto.
Maturità emotiva significa saper utilizzare le emozioni per comunicare meglio invece che tentare di soffocarle, negarle, controllarle o gestirle.
Le emozioni infatti sono portatrici di informazioni preziosissime: usarle significa essere in grado di riconoscere e comunicare i messaggi che ci recano. Gestire o controllare le emozioni al contrario comporta la perdita di tali informazioni.
Fino a qualche tempo fa si riteneva che le emozioni costituissero un disturbo alla coscienza, alla possibilità di ragionare efficacemente e di fare scelte valide.
Da una quindicina d’anni, però, l’emozione è riconosciuta come una forma di computazione intelligente che emerge da un insieme di presupposti e da un sistema di regole relazionali.
Siccome i nostri presupposti sono stati quasi sempre assunti inconsapevolmente, e siccome non abbiamo passato al vaglio le regole relazionali che dirigono la nostra attenzione, quasi sempre sperimentiamo le emozioni come qualcosa che ci succede, e non come un ambito in cui possiamo esercitare la nostra respons-abilità (abilità a rispondere).

Responsabilità: potere e libertà

Per recuperare responsabilità, che vuol dire anche potere e libertà, possiamo dunque studiare come funziona l’emozione riconoscendo i presupposti su cui si fonda ed accorgendoci del modo con cui dirigiamo automaticamente la nostra attenzione nel pensare e nell’agire.
Usare questa competenza permette di negoziare, di condividere la realtà, di accordarsi sul rapporto fra mezzi e scopi, di concentrare pensieri e azioni sul fine desiderato, di risolvere creativamente i conflitti esistenti evitando di crearne di nuovi.
In definitiva permette di raggiungere efficacemente i propri obiettivi e dunque di vivere meglio.

Il 68% dei progetti fallisce per problemi comunicativi o metodologici

Il Chaos® Report stima inoltre che nel 2008 il 68% dei progetti soccombe a problemi riconducibili in gran parte a lacune comunicative o metodologiche.
La maggior parte di noi ha la sensazione che una grande porzione della giornata lavorativa venga spesa in relazioni improduttive, a difendere posizioni di potere o la propria immagine.
Riconoscendo queste dinamiche ci si rende conto che, per quanto grande e netta possa essere questa sensazione, l’entità dello spreco rimane molto sottovalutata.

La stessa comunicazione aziendale consiste di numerosi circoli viziosi legati all’offendersi: non solo la gran parte delle chiacchiere, ma anche le procedure, i documenti, intere strutture, riunioni e altri riti, sono spesso realizzati intorno a meccanismi di offesa creando l’impressione, spesso condivisa, di essere all’interno di un ‘teatrino’.
Conoscendo i meccanismi che generano l’offesa, e tenendoli presente come modello, diventa possibile riconoscerli e imparare ad utilizzare ogni altra emozione. Saper riconoscere l’offesa è quindi una discriminante essenziale per il successo dei progetti, e una delle strade più fruttuose per il loro miglioramento.

Come utilizzare le emozioni nei progetti?

Ogni emozione ci informa su come stiamo osservando una determinata situazione, ovvero di:
a) quale sia il nostro punto di vista
b) quali siano i significati che attribuiamo inconsapevolmente a ciò che vediamo
c) quale sia la dinamica interpretativa sia interna a noi che sociale

Quando non si è in grado di esplicitare negoziare e sottoporre a verifica, i tre punti precedenti si verificano comunicazioni improduttive o peggio distruttive.
Questo è vero in ogni contesto, ma è addirittura amplificato per chi si trova ad operare in ambito progettuale all’interno di un’organizzazione gerarchica: le tradizionali strutture comunicative basate ‘sul bastone e sulla carota’ tipiche di organizzazioni gerarchiche perdono di significato per il Project Manager che, per la maggior parte dei progetti, non possiede né l’uno né l’altra.
Infatti il gruppo di progetto, per garantirsi il successo, deve abbandonare la struttura gerarchica e assumere una configurazione agile ‘ad ameba’, in modo da essere in grado di far fronte all’imprevedibilità del contesto e di dare risposte essenziali e veloci.
L’organizzazione necessita quindi di nuove modalità e nuove competenze di comunicazione, basate sul riconoscimento e sulla valorizzazione delle emozioni, specie nel mondo progettuale.

Un percorso cognitivo su 3 dimensioni

E’ utile perciò seguire un percorso ben sperimentato su tre livelli:
- Riconoscere cosa sia e come funzioni un’emozione
- Imparare a risalire da questa ai suoi presupposti
- Imparare a negoziare i presupposti per condividere la realtà e le modalità e i mezzi del cambiamento.

Grazie all’approfondimento bibliografico e utilizzando programmi di formazione o di Coaching Emozionale, il project manager può acquisire le basi delle competenze emozionali.
Tali competenze si potranno in seguito approfondire ed esercitate in autonomia.

Approfondimenti e bibliografia
Chi volesse approfondire queste tematiche può fare riferimento alle opere di Antonio Damasio per la neurologia delle emozioni, di Bateson per la loro funzione epistemologica e di Maturana e Varela per la dinamica autopoietica della cognizione. Krishnamurti ci regala un esempio di umano che ha imparato ad utilizzare benissimo le emozioni, ma i libri che raccolgono i suoi discorsi non hanno una struttura immediatamente ripercorribile. Per un approccio pratico qualche indicazione c'è in Marianella Sclavi "Arte di ascoltare e mondi possibili", molto pratico è anche Marshal Rosenberg, che scrive di Comunicazione NonViolenta.
In “Lavorare senza offendersi” dell’autrice Emma Rosenberg Colorni si può trovare la descrizione di una strada ripercorribile, e dunque è questo il libro consigliato per introdursi allo studio della forma delle emozioni e del loro utilizzo per comunicare bene.
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LA NATURA DEL TEMPO

Humberto Maturana 27 Nov 1995

Non desidero affrontare tutti gli ambiti in cui entra la parola “tempo” come se questa si riferisse a un aspetto evidente del mondo o dei mondi in cui noi umani viviamo.
In verità proprio il fatto che il tempo può essere un tema di riflessione ci dimostra che ciò che la parola “tempo” connota cambia a seconda delle circostanze in cui viene utilizzata.
Questa situazione da sola, tuttavia, non sarebbe un problema perché, se avessimo accettato che il contesto definisce sempre il significato della parola, ci inviterebbe a riflessioni approfondite. Ma non lo facciamo, e ci chiediamo “che cosa è il tempo?” come pensando che la parola “tempo”, pur non avendone afferrato l’essenza finale, si riferisca a qualche entità indipendente o dimensione della natura che potrebbe essere correttamente svelata o descritta se ci impegnassimo abbastanza duramente.
Comunque ritengo che la domanda “che cosa è il tempo?” sia congrua perché implica fin dal principio l'opinione che il tempo possa essere correttamente trattato come una sorta di entità indipendente o dimensione della natura. E ritengo che tale visione sia completamente inadeguata perché penso che tutto ciò di cui noi esseri umani parliamo siano relazioni che emergono nel nostro operare nel linguaggio come ambito chiuso di coordinamenti consensuali ricorsive di comportamenti.
Consentitemi di spiegare quello che intendo con alcune parole sulla vita, il linguaggio e la conoscenza e quindi di rispondere alla domanda “quali distinzioni facciamo o evochiamo quando parliamo di tempo?”.

VIVERE

Il vivere ha luogo la nell'adesso, nel momento in cui avviene. Il vivere è una dinamica che scompare mentre si svolge. Il vivere si svolge nel non-tempo, senza passato o futuro. Passato, presente e futuro sono idee che noi esseri umani, noi osservatori, inventiamo quando spieghiamo i nostri accadimenti nell'adesso.
Inventiamo il passato come l'origine dell'ora, o presente, e inventiamo il futuro come una dimensione che emerge come estrapolazione delle caratteristiche del nostro vivere ora, nel presente.
Come il passato, il presente e il futuro, sono invenzioni per spiegare la nostra vita ora, il tempo è inventato come sfondo in cui passato, presente e futuro possano svolgersi.
Ma la vita, il vivere, si svolge ora, come flusso di processi di cambiamento.
Dire questo, naturalmente, è un modo di spiegare l'esperienza dell'essere ora nel momento in cui ci troviamo mentre chiediamo spiegazione della nostra vita, del tempo...

LINGUAGGIO

Ho sostenuto, e penso illustrato in altre pubblicazioni, che il linguaggio è un modo di fluire nel vivere insieme in coordinamenti consensuali di comportamento ricorsivi, e che linguaggiare consiste nell'operare in una rete di coordinamenti consensuali di coordinamenti consensuali di comportamenti, in una dinamica relazionale di coordinamenti consensuali di comportamenti strutturalmente aperta a infinite ricursioni.
Inoltre noi siamo, come sistemi viventi, sistemi strutturalmente determinati e nulla di esterno a noi può determinare o specificare cosa accade in noi. Pertanto gli agenti esterni che in qualsiasi istante ci colpiscono possano solo innescare in noi cambiamenti strutturali determinati in noi dalla nostra struttura in quell' istante. Di conseguenza, tutto ciò che facciamo in qualsiasi istante emerge in noi determinata dalla nostra struttura in quell'istante o come risultato della nostra interna dinamica strutturale chiusa, oppure come risultato della modulazione di tale dinamica strutturale interna attivata in noi dalle interazioni che partecipiamo.
In queste circostanze dovremmo dire che siamo costituzionalmente "ciechi" alle caratteristiche intrinseche dell’ambiente come realtà indipendente, se parlare delle caratteristiche intrinseche di una realtà indipendente avesse alcun senso.
Questa situazione ha le seguenti conseguenze fondamentali per la comprensione di ciò che facciamo e di ciò che accade in noi come esseri linguaggianti.

a) Il linguaggio come modalità di fluire in coordinamenti ricorsive consensuali di comportamento, è un modo di vivere nei coordinamenti del fare, non un modo di simbolizzare le caratteristiche di una realtà indipendente. Cioè linguaggiare è una maniera di vivere facendo le cose insieme nel particolare dominio del fare consensuale in cui il linguaggio si sviluppa attraverso il flusso delle interazioni dei partecipanti.
Noi esseri umani esistiamo nel linguaggio, e quando linguaggiamo non possiamo dire nulla al di fuori del linguaggio.

b) Il modo in cui partecipiamo al flusso del linguaggio in qualsiasi istante emerge come risultato delle nostre interazioni in quell’istante conformemente alla nostra struttura in quell’istante. Così ciò che facciamo nel linguaggio in qualsiasi momento è determinato dalla nostra struttura in quel momento, indipendentemente dal modo in cui siamo diventati con tale struttura in quel momento.

c) Il risultato principale delle nostre interazioni ricorsive nel linguaggio è che la nostra struttura cambia in modo condizionato dal corso del nostro linguaggiare nel flusso di quelle interazioni. Cioè noi acquisiamo la nostra struttura momento dopo momento conformemente al corso del nostro linguaggiare, e linguaggiamo momento dopo momento conformemente alla nostra struttura in quel momento.

d) Noi esseri umani esistiamo nel linguaggio; cioè noi siamo il tipo di esseri che siamo quando operiamo nel linguaggio e emergiamo nel nostro linguaggiare nel flusso dei nostri ricorsivi coordinamenti consensuali di ricorsivi coordinamenti consensuali di comportamento. O, in altre parole, noi esistiamo nella dinamiche chiusa del linguaggiare e tutto ciò che facciamo come esseri umani si svolge nel nostro linguaggiare come un flusso di consensuali coordinamenti di consensuali coordinamenti di comportamento.
Così tutto ciò che diciamo o possiamo dire, tutto ciò che noi possiamo distinguere quando facciamo ciò che facciamo come osservatori (come esseri umani linguaggianti), ha luogo come un'operazione all’interno di coordinamenti consensuali di comportamenti senza fare alcun riferimento a qualsiasi cosa al di fuori del nostro linguaggiare. Sia che agiamo come comuni esseri umani, filosofi, biologi, artisti o qualsiasi altra cosa, nello stesso.

e) Gli oggetti nascono con il linguaggio come consensuali coordinamenti di comportamenti che coordinano i comportamenti.
Come coordinamenti consensuali di comportamenti, i coordinamenti dei comportamenti che costituiscono gli oggetti operano come simboli di coordinamenti di comportamenti e come tali occultano i comportamenti che coordinano.
Inoltre, nel coordinamento ricorsivo consensuale dei coordinamenti consensuali del comportamento del flusso del linguaggio, molte proprietà degli oggetti emergono come differenti generi di operazioni nei coordinamenti del comportamento diventati simboli di coordinamenti del fare in diversi ambiti di coordinamenti consensuali del fare.

f) Idee, concetti, nozioni,... costituiscono domini degli oggetti che emergono come astrazioni da altre proprietà di oggetti, e danno luogo a proprietà di coordinamenti del fare che definiscono o che sono definiti attraverso di essi. Come i diversi tipi di oggetti corrispondono a diverse operazioni di coordinamenti di comportamenti, gli oggetti astratti (idee, concetti, nozioni) costituiscono le basi per i sistemi astratti che portano i coordinamenti di comportamenti nel dominio di coordinamenti consensuali dei comportamenti di cui essi sono astrazioni.

Nella nostra cultura viviamo la nostra esistenza nel linguaggio come se il linguaggio fosse un sistema simbolico per riferirsi a entità di diversi tipo che esistono indipendentemente da ciò che facciamo, e trattiamo anche noi stessi come se esistessimo al di fuori del linguaggio come entità indipendenti che utilizzano il linguaggio. Tempo, materia, energia,... sarebbero alcune di queste entità. Tale atteggiamento ci induce a comportarci come se potessimo caratterizzare tali entità nei termini della loro natura indipendente intrinseca. Io sostengo che questo non possa essere fatto perché appena diciamo qualcosa l'effetto che produciamo ha luogo in un dominio linguistico come un'operazione in coordinamenti ricorsivi consensuali di comportamento.

COGNIZIONE

La principale conseguenza della nostra esistenza nel linguaggio è che non possiamo parlare di ciò che è al di fuori di esso, nemmeno immaginare qualcosa al di fuori del linguaggio in modo abbia qualche senso al di fuori di esso. Possiamo immaginare qualcosa come se esistesse al di fuori del linguaggio, ma appena tentiamo di fare riferimento ad esso, esso emerge nel linguaggio caratterizzato dagli elementi, concetti e nozioni che emergono attraverso ciò che facciamo nel nostro linguaggiare.
Non esiste nulla nella vita dell'uomo al di fuori del linguaggio perché la vita umana si svolge nel linguaggio, e anche se noi possiamo immaginare una realtà indipendente, obiettiva, quello che immaginiamo non è indipendente dal nostro linguaggiare. Infatti, appena riflettiamo su questa questione diventa evidente che la nozione di realtà è un'assunzione esplicativa che noi umani abbiamo inventato per spiegare che cosa distinguiamo come nostre esperienze negli accadimenti della nostra vita come se essa esistesse indipendentemente da ciò che facciamo.

Mi riferisco a questa situazione dicendo che se anche noi possiamo affermare che una realtà indipendente sembra necessaria per motivi epistemologici per spiegare le esperienze umane, non possiamo dire nulla su di essa. Nemmeno la nozione di una realtà indipendente ha alcun senso al di fuori del linguaggio e se un tale concetto fosse adottato sarebbe irrilevante, o sarebbe utilizzato come un principio esplicativo a priori. Ma allo stesso tempo, è evidente che non avere accesso a qualcosa che potrebbe correttamente essere chiamato una realtà indipendente non è una limitazione per la nostra vita o per il nostro fare poiché nulla di ciò che facciamo nel flusso del coordinamento consensuale di comportamenti in cui esistiamo richiede il concetto o la supposizione che c'è una realtà indipendente. Realtà, la nozione di realtà, è un'assunzione esplicativa adottata come un principio esplicativo preso come auto evidente. Se una persona non è consapevole di questo, come accade nella nostra cultura, o se non vuole seguire pienamente le implicazioni di tale consapevolezza, come accade nei vari rami della nostra tradizione filosofica occidentale, tratterà la nozione di realtà come se si riferisse a un dominio di entità indipendenti (di qualsiasi tipo) che esiste in modo indipendente da ciò che fa l'osservatore.

Eppure, se comprendiamo il linguaggio nella consapevolezza che come sistemi viventi siamo sistemi dalla struttura determinata e scegliamo di seguire le conseguenze di tale consapevolezza, possiamo diventare consapevoli di diverse condizioni di base che altrimenti non vediamo.

a) Quando ci rendiamo conto che la realtà è un concetto esplicativo o una assunzione, noi abbandoniamo la credenza in essa come un dominio di entità che esistono indipendentemente da ciò che un osservatore fa e diventiamo consapevoli del fatto che ciò che effettivamente facciamo quando spieghiamo le nostre esperienze è utilizzare le nostre esperienze per spiegare le nostre esperienze.
Cioè diventiamo consapevoli che quando spieghiamo utilizziamo la coerenze delle nostre esperienze per proporre un meccanismo (un meccanismo generativo) che, se autorizzato ad operare, genererebbe nell'osservatore l'esperienza di essere spiegato.

b) Diventiamo consapevoli del fatto che ci sono tanti ambiti di spiegazioni quanti ambiti di coerenze esperenziali che noi umani possiamo vivere. Allo stesso tempo, diventiamo consapevoli che la nozione di determinismo strutturale si riferisce alle regolarità delle coerenze delle nostre esperienze, e che noi operiamo nella nostra vita in tanti ambiti di determinismo strutturale quanti ambiti di coerenze esperenziali che viviamo nel flusso delle nostre esperienze.

c) Diventiamo consapevoli che non sperimentiamo le cose come caratteristiche di un mondo indipendente, ma, come ho detto sopra, quello che distinguiamo come accadente a noi mentre operiamo nel linguaggio avendo cura di ciò che ci accade quando viviamo. Allo stesso tempo diventiamo consapevoli che quando le esperienze ci accadono, ci accadono fuori dal nulla, da nessun dove, o con l’agio di viverle come parte di un dominio conosciuto di coerenze esperenziali, oppure sorprendendoci perché sembrano aver luogo fuori dalla coerenza delle altre esperienze conosciute.
In quest’ultimo caso vogliamo spiegarle e le spiegheremo facendo di tali esperienze parte di un ambito già noto di esperienze, altrimenti resteremo spaventati fino a quando non lo avremo fatto.

d) Quando diventiamo consapevoli che ci troviamo già a vivere ciò che distinguiamo come accadente a noi, noi lo distinguiamo, e questa nostra esperienza emerge dal nulla, ci accorgiamo di come spieghiamo la nostra esperienza con le coerenze delle nostre esperienze. Cioè diventiamo consapevoli che tutte le nostre spiegazioni hanno luogo in un dominio chiuso, e che la realtà e gli altri concetti esplicativi sono assunzioni a priori che non hanno luogo fuori dagli ambiti esplicativi in cui esistiamo come esseri parlanti.

e) Diventiamo consapevoli che la nozione di determinismo strutturale non è un’assunzione rispetto ad una realtà indipendente, ma che è un’astrazione delle regolarità della nostra esperienza. Inoltre diventiamo consapevoli che poiché il determinismo strutturale è un’astrazione delle regolarità della nostra esperienza noi possiamo usare il determinismo strutturale per spiegare le nostre esperienze con le coerenze delle nostre esperienze.
Infine diventiamo anche consapevoli che viviamo tanti domini di determinismo strutturale quanti domini di coerenze esperenziali, e ogni dominio esplicativo è di fatto un dominio di determinismo strutturale.

In queste circostanze, cos’è “conoscere”? Da quel che ho detto, conoscere non può riferirsi ad una realtà indipendente dal momento che è qualcosa che noi come esseri linguaggianti non possiamo fare.
Eppure se badiamo a quel che facciamo nella vita quotidiana e tecnica, noteremo che affermiamo di conoscere, o che altri esseri conoscono, quando vediamo che noi o altri esseri si comportano adeguatamente in qualche ambito che noi specifichiamo con un argomento, e lo fanno in accordo con alcuni criteri che noi poniamo per cosa sia un comportamento adeguato in quell’ambito. La conoscenza è una relazione interpersonale nell’ambito di coordinamenti consensuali di coordinamenti consensuali di comportamenti.
O, in altre parole, la conoscenza è qualcosa che attribuiamo a noi o ad altri quando consideriamo adeguato il nostro o l’altrui comportamento in un ambito specifico, e spesso attribuiamo la conoscenza per fare qualcosa insieme in alcuni ambiti di coordinamenti di comportamenti. Se non siamo consapevoli di questa situazione, agiamo trattando la conoscenza come una maniera di riferirsi a entità che si assume esistano realmente, cioè in un ambito di entità che esistono indipendentemente da quello che noi esseri umani facciamo. In queste circostanze la ricerca della conoscenza diventa una ricerca senza fine della cosa in sé.

Questa conoscenza non è, e non può essere, una maniera di riferirsi ad un dominio di entità che esistono con indipendenza da quello che gli umani come esseri linguaggianti fanno, non è una limitazione o un’insufficienza nel dominio della conoscenza, è una caratteristica costitutiva del fenomeno della conoscenza.
Infatti questa conoscenza dovrebbe essere una maniera di vivere insieme in coordinamenti consensuali di coordinamenti consensuali di comportamenti, in una condizione che fa della conoscenza un dominio sempre aperto alle trasformazioni, e la vita umana aperta a continue trasformazioni attraverso la conoscenza come esperienze emerse nella vita umana dal nulla (chaos).
In queste circostanze, cosa dire sul tempo?


LA NATURA DEL TEMPO


Noi apparteniamo ad una cultura, soprattutto e particolarmente nei domini della scienza della filosofia e della tecnologia, che vive nell’esplicita o implicita accettazione di un qualche genere di realtà indipendente come ultimo riferimento per tutte le spiegazioni.
Questo atteggiamento permea il nostro modo di porre domande e di ascoltare le risposte.
Così nella nostra cultura quando domandiamo cos’è il tempo, ci aspettiamo una risposta nella forma di un riferimento a qualche tipo di entità indipendente, con l’implicito intendimento che tale riferimento darà validità universale alla nostra risposta.
Secondo quanto ho detto nessun riferimento può essere fatto, e non a causa di una limitazione nella nostra capacità di conoscere, ma come caratteristica della natura del fenomeno della cognizione.

Perciò ciò che noi connotiamo con la parola tempo non può essere una cosa in sé.
Nella nostra cultura la nozione di tempo è usata come nozione esplicativa o principio nello stesso modo in cui viene usata il concetto di realtà.
Ma se noi siamo consapevoli di questa situazione e se siamo consapevoli che la parola tempo non può essere riferita a un’ entità che esiste indipendentemente da ciò che facciamo, dobbiamo porre la nostra domanda in modo diverso da come noi la poniamo quando nella vita quotidiana o tecnica usiamo la parola tempo. Quali caratteristiche di coerenza delle nostre esperienze connotiamo o astraiamo quanto utilizziamo la parola tempo?

a) Noi usiamo l’esperienza per spiegare l’esperienza. Spiegare il tempo, perciò, è un’operazione che dovrò eseguire attraverso l’elemento del dominio delle nostre esperienze. Di conseguenza dovrò utilizzare le caratteristiche della nostra esperienza quotidiana, e non nozioni esterne ad essa, per spigare o descrivere ciò che io penso che facciamo quando usiamo la parola tempo. L’esperienza è la nostra condizione di partenza sia per porre la domanda sia per rispondere. Così dovrò partire dal trovare noi stessi che facciamo qualcosa e dalla capacità di fare tutto quello che noi facciamo quotidianamente o nella vita tecnica.
L’esperienza non è il nostro problema quando vogliamo spiegare quello che facciamo, spiegare questo è il nostro compito.
Similmente il problema non è l’uso della parola tempo o qualsiasi altra parola nella vita quotidiana, ma spiegare o svelare quello che facciamo quando le usiamo, o come noi le viviamo.

b) Io sostengo che la parola tempo connoti un’astrazione dell’accadere di processi in sequenze come noi li distinguiamo nelle coerenze delle nostre esperienze. Come noi distinguiamo le sequenze di processi, così distinguiamo anche la simultaneità di processi come una caratteristica delle nostre coerenze esperienziali che connotiamo con l’espressione “nello stesso tempo”. Una tale astrazione è resa possibile soprattutto poiché nell’attività del nostro sistema nervoso le sequenze di attività sono distinte come configurazione di relazioni di attività sulla superficie delle cellule nervose al momento della generazione degli impulsi nervosi. Come risultato quello che dalla prospettiva di un osservatore è un’operazione nel tempo, nella distinzione del tempo come un’astrazione di un processo appare come un’operazione nel presente.

c) Al momento dell’astrazione della relazione sequenziale che da origine a quella distinzione che chiamiamo tempo, il tempo emerge nell’ esperienza dell’osservatore con direzionalità ed irreversibilità. Perfino nel caso in cui noi distinguiamo processi ciclicamente reversibili, noi facciamo questa distinzione nel contesto di irreversibilità direzionale del tempo che permette la distinzione della sequenza processuale e il suo inverso come configurazione di un processo che noi chiamiamo tempo reversibile. Così il tempo reversibile è un’astrazione di una particolare esperienza irreversibile e direzionale.

d) Una volta che il tempo è emerso come una distinzione nel dominio delle esperienze di un osservatore diventa un’entità operativa che nella nostra cultura appare come se avesse indipendenza da ciò che l’osservatore fa. E questo avviene poiché una volta che il tempo è emerso può essere usato dall’osservatore (da ciascuno di noi in quanto esseri linguaggianti) nella sua riflessione sulle regolarità delle sue esperienze proprio perché emerge come un’astrazione delle regolarità delle sue esperienze.
Con la nozione di tempo, perciò, succede la stessa cosa che con la nozione di determinismo strutturale che è anch’essa un’ astrazione dalle regolarità delle esperienze dell’osservatore, che può essere utilizzata per trattare di regolarità delle coerenze dell’osservatore proprio perché esso emerge come un’astrazione di esse.

e) Ritengo che quanto ho detto sia valido per ogni dominio compreso, ovviamente, la fisica. Il dominio della fisica emerge come un dominio esplicativo di alcuni tipi di coerenze esperienziali dell’osservatore attraverso l’uso di certi tipi di coerenze esperienziali dell’osservatore. Così la fisica non è un dominio primario di esistenza, ma è un dominio particolare di spiegazioni di un particolare dominio di coerenze esperienziali di un osservatore. Le nozioni teoriche sono astrazioni delle coerenze esperenziali di un osservatore in certi domini, o almeno sono intese così. Data questa condizione, le teorie sono operativamente valide solo nel dominio in cui esse si applicano come astrazioni.

f) Il tempo unidirezionale e il tempo reversibile emergono come nozioni teoriche in fisica come astrazioni che l’osservatore fa delle sue coerenze sperimentali e che denota con le parole tempo e reversibilità. Come nozioni astratte il tempo unidirezionale e il tempo reversibile possono essere trattati come entità che hanno efficacia operativa nel dominio esperenziale del quale esse sono astrazioni. Questo appare ovvio. Ciò che non è così ovvio, tuttavia, è che spesso dimentichiamo che il tempo unidirezionale e il tempo reversibile sono in realtà astrazioni delle coerenze esperenziali dell’osservatore, come ho indicato prima. In quest’ ultimo caso noi trattiamo il tempo unidirezionale e il tempo reversibile come entità esistenti indipendentemente da ciò che facciamo in quanto osservatori, o come se fossero riflessi o rappresentazioni di tali entità indipendenti, e così noi generiamo conflitti concettuali e operativi. Quando ciò avviene non vediamo nemmeno che le formulazioni matematiche nelle proposizioni astratte emergono solamente come valide nelle loro coerenze in quanto astrazioni delle coerenze delle esperienze che rappresentano.

Poiché la nozione di tempo è stata generata come astrazione delle nostre esperienze di sequenze di processi nelle molteplici dimensioni e forme dell’esistenza umana, questa nozione viene generata in relazione alla molteplicità di forme nelle quali viviamo. Di conseguenza ci sono tante forme di tempo quante sono le forme di astrazione delle regolarità delle esperienze di processi e sequenze di processi. Così noi parliamo di tempo veloce e lento, di passare il tempo, di perdere tempo, di avere o non avere tempo, di coincidenza nel tempo, di reti di tempo, di simultaneità,… in molti ambiti di esperienze, e in tutti i casi noi ci riferiamo allo stesso tipo di astrazione nel dominio di sequenze di processi. In realtà ogni dominio ha una sua propria dinamica temporale così come ha una sua propria dinamica processuale. La consapevolezza che la nozione di tempo emerge come astrazione dalle coerenze delle esperienze dell’osservatore che usa come nozione esplicativa non è un problema. Ciò che diventa un problema a lungo andare è l’inconsapevole adozione della nozione di tempo come principio esplicativo che è accettato come contenuto certo dandogli uno status ontologico trascendentale.

CONCLUSIONE

Ho risposto alla domanda “quale distinzione connotiamo quando parliamo del tempo?” mostrando 1) che noi non connotiamo e non possiamo connotare un’entità o dimensione naturale che esiste indipendentemente da quello che noi facciamo in quanto osservatori umani; e 2) mostrando che noi usiamo nella vita quotidiana la parola tempo per indicare o per connotare un’ astrazione delle nostra esperienze di successione di processi.
In altre parole ho mostrato che la nascita della nozione di tempo in qualsiasi dominio si fonda sulla biologia dell’osservatore, non nel dominio della fisica che è un dominio di spiegazioni di un particolare tipo di coerenze esperenziali dell’osservatore.
Inoltre in questo processo ho anche mostrato che appena il tempo emerge come principale astrazione del flusso di esperienze dell’osservatore, esso emerge con direzionalità e irreversibilità, e che il tempo reversibile sorge solo come una collaterale e ulteriore astrazione delle esperienze dell’osservatore che è possibile solo in un dominio di tempo unidirezionale e irreversibile. infine sostengo che la nozione di tempo viene frequentemente usata come un principio esplicativo che gli conferisce uno status ontologico trascendentale.

L’osservatore non è un’entità fisica, l’osservatore è una maniera di operare degli esseri umani nel linguaggio. E’ attraverso le operazioni dell’osservatore che emergono tutti i domini cognitivi, compreso il dominio dell’osservazione. La fisica è la modalità con cui l’osservatore spiega attraverso la coerenza della sua esperienza un particolare dominio di esperienze che è denotato con il termine fisica.
In realtà l’osservatore stesso emerge come entità di cui noi osservatori possiamo parlare attraverso l’operazione dell’osservatore che costituisce il fondamento di tutto quello che noi umani facciamo.
Senza dubbio noi ci comportiamo nella nostra vita come se vivessimo in un mondo che esiste indipendentemente da quello che noi facciamo, e che noi chiamiamo realtà.
Ed è soprattutto per questo che ci domandiamo come conosciamo la realtà, o il tempo, come se ci riferissimo proprio a qualcosa che esiste indipendentemente da ciò che facciamo. Il mio intento è stato diverso. La mia domanda non riguarda la realtà del tempo, o di ogni altro tipo di entità, come se la sua esistenza indipendente potesse essere presa per garantita. La mia domanda riguarda le esperienze o le operazioni che noi facciamo come osservatori quando usiamo differenti nozioni, concetti o parole che implicano distinzioni di entità o caratteristiche di un mondo indipendente.

L’esperienza che noi distinguiamo come accaduta a noi non è mai un problema a meno che non ci accusiamo l’un l’altro di mentire. È la spiegazione dell’esperienza che costituisce un problema come fonte di conflitti. L’esperienza emerge spontaneamente letteralmente dal nulla, oppure, se vogliamo, dal caos, dal dominio sul quale non possiamo dire nulla che non nasca dalle coerenze della nostra esperienza. Ciò che dico è valido per ogni dominio di esperienze, sia questo la vita, la fisica, la fisica quantistica, le relazioni umane … Tutti questi differenti domini di esperienza sono domini esperenziali vissuti come domini di spiegazioni delle nostre esperienze attraverso le nostre esperienze. Ma le nostre esperienze non sono disordinate, esse nascono coerentemente in quanto nascono in noi dal niente. Così noi esistiamo in questa meravigliosa situazione esperienziale nella quale noi, in quanto osservatori che esistono nel presente, siamo la sorgente di ogni cosa, pesino di ciò che possiamo trattare nelle coerenze delle nostre esperienze come osservatori, come entità che attraverso la loro operazione danno vita all’operazione dell’osservare e di spiegare i loro accadimenti all’interno di un dominio chiuso di spiegazioni.
La grande tentazione è di trasformare l’astrazione delle coerenze che distinguiamo delle nostre esperienze con nozioni come realtà, esistenza, ragione, spazio, coscienza.. oppure tempo, in principi esplicativi.
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Settenani






Luca, 4enne: "Guarda, un settenano!"

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E tu ce l'hai lo schelettro?


Margherita, cinquenne, chiede a Luca, seienne "tu ce l'hai lo schellettro?".
E luca risponde "e sì, se no come faccio a muorire?"
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Quanto siamo liberi?


E’ bello pensarsi liberi, finiamo per credere di esserlo.

Ma capitano alcune esperienze in cui ci accorgiamo con stupore, oltre che con orrore, di quanto siamo complici della nostra, e dell’altrui, prigionia.

Qui di seguito sono raccontati due momenti di stupore ed orrore in cui chi scrive si accorge di aver assunto automaticamente i presuposti dell’appartheid.*

"Un giorno, andando per la città, vidi una donna bianca che, seduta sulla cunetta di scolo accanto al marciapiede, succhiava delle lische di pesce. Era giovane e piuttosto attraente, ma evidentemente povera e senza casa. Naturalmente sapevo che esistevano bianchi poveri, bianchi la cui miseria non aveva niente da invidiare a quella dei neri, ma capitava raramente di vederli.
Ero abituato a vedere i mendicanti neri per le strade, e vederne uno bianco mi colpì. Mentre di solito ai mendicanti neri non facevo l’elemosina, provai l’impulso di dare a quella donna del denaro.
In quell’istante mi avvidi di quali scherzi giocava alla gente l’appartheid, rendendole insensibili ai travagli quotidiani dei neri, pur lasciandole capaci di commuoversi alla sofferenza dei bianchi. In Sudafrica, essere poveri e neri era normale, essere poveri e bianchi una tragedia." (pag 186).

"Facemmo tappa brevemente a Kartoum dove ci trasferimmo su un aereo delle linee etiopiche che ci avrebbe portati ad Adis. Lì feci una esperienza alquanto strana: mentre salivo a bordo mi accorsi che il pilota era un nero, e per un attimo fui preso dal panico. Come poteva un nero pilotare un aereo? Ma subito mi accorsi del tranello: anche io ricadevo negli schemi dell’appartheid, secondo i quali gli africani erano inferiori e pilotare un aereo era un mestiere da bianchi."(pag 282).

(*Autobiografia di Nelson Mandela, edizione economica Feltrinelli, 1997)
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Uscire di casa senza piangere


Giacomo, quattrenne, chiede piangendo alla sua mamma di non uscire, di non lasciarlo a casa per andare a lavorare. ".

Elisa, la sua mamma, gli risponde tentando di spiegargli che deve andare al lavoro, ma Giacomo non può capire, così Elisa gli dice che se non va a lavorare non hanno i soldi per comprare da mangiare, e Giacomo, saggio, le risponde "ma io non ho fame!"
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La scuola e il manicomio


Cosa distingue la scuola dal manicomio?

Entrambi sono istituzioni totali, entrambi obbligatori, e entrambi si prendono il monopolio di responsabilità che dovrebbero restare socialmente distribuite.

Leggendo questa bella poesia di Giorgio Antonucci, il medico che è riuscito a liberare tante persone internate nei manicomi, ho subito pensato alle "note" che ho dovuto firmare sul diario scolastio di mia figlia: "la bambina ride in classe" "la bambina risponde all'insegnate"...

La prima volta ho fatto il saluto
e mi sono messo a ridere
e mi hanno sbattuto in carcere

La seconda volta ho fatto il saluto
e mi sono messo a ridere
e mi hanno sbattuto in manicomio

Ora dopo tre anni di manicomio
continuo
a fare il saluto
e a ridere

Invece i sani di mente
continuano
a fare il saluto
senza ridere
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Tancredi, 4enne


"Sono così stanco che mi dondola il cuore".

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Rimproverato perché rutta a tavola, Tedy ribatte "rutto per far capire che mi è piaciuta la cucinata"
- "Teddy, quello si fa in Turchia e noi non siamo in Turchia.
- "Va bene, però è come se io fossi turchese.

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Polemiche sulle celebrazioni di caduti:
- nonna Mela: "i morti sono tutti uguali".
- Tancredi (a parte): "non sono tutti uguali perché ognuno è rimanuto con la faccia sua".

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Mamma



"Dove ero prima di nascere?"

"eri nella pancia della mamma, nella mia pancia"

"e no!"

"come << e no! >> ?"

"tu non eri mamma prima che io nascessi!"

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Società e paura


Perchè, e come, costruiamo la nostra società gerarchica e la fondiamo sulla crudeltà e sulla morte?

Come mai ci facciamo muovere dalla paura e dal ricatto e usiamo la benevolenza come maschera per ingannare il nostro competitore?
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Convivialita e strumenti, alla Illic


E’ conviviale la società in cui gli strumenti siano utilizzabili per realizzare le proprie intenzioni, e non riservati a specialisti che li tengono sotto il proprio controllo.

La convivialià non si basa su regole da applicare meccanicamente ma sui divieti delle condizioni che la renderebbero impossibile perché limitano la libertà, la sopravvivenza, l’equità e l’autonomia creatrice delle persone.

Lo strumento da servitore diventa despota quando supera una certa soglia che trasforma la società umana in scuola, ospedale, prigione.
Mentre lo strumento razionale genera efficienza senza degradare l’autonomia personale propria o altrui.

L’uomo ha bisogno di strumenti con cui lavorare, non che lavorino al suo posto.

Ognuno di noi si definisce nel rapporto con gli altri e con l’ambiente e per la struttura di fondo degli strumenti che utilizza.
Se padroneggio lo strumento conferisco un significato al mondo, se invece ne sono dominato la sua struttura plasma la rappresentazione che ho di me stesso.

Cosa fare per individuare i mezzi tramutati in fini?
- riconoscere le conseguenze dello strumento senza lasciarsi incantare dalle sue intenzioni
- smettere di misurare il benessere in denaro.
- riconoscere cosa ci incatena e ci assuefà
- reindirizzare la critica sociale dalla cattiva gestione (o corruzione, o ritardo tecnologico, o insufficiente ricerca) alla critica della struttura dello strumento che determina una crescente carenza generale

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