Il Coaching Emozionale è un modo per modificare il sistema con cui creiamo e manteniamo i problemi con noi stessi e con gli altri.
L'obiettivo è di riconoscere i presupposti delle nostre emozioni per poter scegliere responsabilmente il nostro comportamento.
Grazie al Coaching Emozionale, in un numero limitato di incontri, è possibile:
- superare la timidezza, la gelosia, la rabbia, il senso di inadeguatezza, di colpa, il timore del giudizio altrui...
- superare le paure di ogni tipo (es: della gente, di volare in aereo, dei ragni, di parlare in pubblico, ansia degli esami…)
- affrontare la depressione
- affrontare i lutti, le separazioni, il mobbing…
- aumentare la capacità di concentrarsi e di studiare
- acquisire un corretto comportamento alimentare
- gestire lo stress, imparare a rilassarsi
- risolvere i conflitti personali e interpersonali
- affrontare i disturbi psicosomatici
- liberarsi del condizionamento del proprio passato
- modificare i comportamenti indesiderati
- migliorare i rapporti familiari e in genere interpersonali
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COME FUNZIONA IL COACHING EMOZIONALE
Il Coaching Emozionale permette di sciogliere in breve tempo i problemi e i disagi perché modifica il sistema comunicativo e di creazione dei significati che crea e mantiene i problemi.
L’intervento di Coaching Emozionale esplicita i processi comunicativi e di creazione di significato e li modifica agendo su pochi punti-chiave del problema affrontato.
Accade, anche piuttosto spesso, che uno o due incontri siano già risolutivi per gran parte degli aspetti del problema.
In questi casi la soluzione raggiunta può apparire in seguito banale come un trucco svelato: spesso si trattava di rimuovere un ostacolo prima invisibile, un automatismo che rende ciechi, uno schema difensivo.
Qui di seguito delineo un processo-tipo di Coaching Emozionale giusto per darvi un’idea, ma voi sapete che può variare:
- In genere il primo incontro prende avvio dalla definizione del problema in termini di disagio per giungere a definirlo nei termini dell'obiettivo da raggiungere.
- Seguono di solito da 1 a 4 incontri, che consistono essenzialmente in colloqui, alla conclusione dei quali si è invitati a seguire un programma di esercitazioni (spesso brevissime, di pochi istanti o minuti) centrato sui fulcri comunicativi generatori del problema o del disagio. Si viene guidati nelle esercitazioni modificando il programma in funzione dei risultati.
- L'ultima fase è di supervisione, ha lo scopo di consolidare ed estendere i primi miglioramenti trasformando la risoluzione del problema in apprendimento.
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L’intervento di Coaching Emozionale esplicita i processi comunicativi e di creazione di significato e li modifica agendo su pochi punti-chiave del problema affrontato.
Accade, anche piuttosto spesso, che uno o due incontri siano già risolutivi per gran parte degli aspetti del problema.
In questi casi la soluzione raggiunta può apparire in seguito banale come un trucco svelato: spesso si trattava di rimuovere un ostacolo prima invisibile, un automatismo che rende ciechi, uno schema difensivo.
Qui di seguito delineo un processo-tipo di Coaching Emozionale giusto per darvi un’idea, ma voi sapete che può variare:
- In genere il primo incontro prende avvio dalla definizione del problema in termini di disagio per giungere a definirlo nei termini dell'obiettivo da raggiungere.
- Seguono di solito da 1 a 4 incontri, che consistono essenzialmente in colloqui, alla conclusione dei quali si è invitati a seguire un programma di esercitazioni (spesso brevissime, di pochi istanti o minuti) centrato sui fulcri comunicativi generatori del problema o del disagio. Si viene guidati nelle esercitazioni modificando il programma in funzione dei risultati.
- L'ultima fase è di supervisione, ha lo scopo di consolidare ed estendere i primi miglioramenti trasformando la risoluzione del problema in apprendimento.
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approfondimenti
Quanto siamo liberi?

E’ bello pensarsi liberi, finiamo per credere di esserlo.
Ma capitano alcune esperienze in cui ci accorgiamo con stupore, oltre che con orrore, di quanto siamo complici della nostra, e dell’altrui, prigionia.
Qui di seguito sono raccontati due momenti di stupore ed orrore in cui chi scrive si accorge di aver assunto automaticamente i presuposti dell’appartheid.*
"Un giorno, andando per la città, vidi una donna bianca che, seduta sulla cunetta di scolo accanto al marciapiede, succhiava delle lische di pesce. Era giovane e piuttosto attraente, ma evidentemente povera e senza casa. Naturalmente sapevo che esistevano bianchi poveri, bianchi la cui miseria non aveva niente da invidiare a quella dei neri, ma capitava raramente di vederli.
Ero abituato a vedere i mendicanti neri per le strade, e vederne uno bianco mi colpì. Mentre di solito ai mendicanti neri non facevo l’elemosina, provai l’impulso di dare a quella donna del denaro.
In quell’istante mi avvidi di quali scherzi giocava alla gente l’appartheid, rendendole insensibili ai travagli quotidiani dei neri, pur lasciandole capaci di commuoversi alla sofferenza dei bianchi. In Sudafrica, essere poveri e neri era normale, essere poveri e bianchi una tragedia." (pag 186).
"Facemmo tappa brevemente a Kartoum dove ci trasferimmo su un aereo delle linee etiopiche che ci avrebbe portati ad Adis. Lì feci una esperienza alquanto strana: mentre salivo a bordo mi accorsi che il pilota era un nero, e per un attimo fui preso dal panico. Come poteva un nero pilotare un aereo? Ma subito mi accorsi del tranello: anche io ricadevo negli schemi dell’appartheid, secondo i quali gli africani erano inferiori e pilotare un aereo era un mestiere da bianchi."(pag 282).
(*Autobiografia di Nelson Mandela, edizione economica Feltrinelli, 1997)
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appunti da libri,
libera-mente: pensieri sparsi
La scuola e il manicomio

Cosa distingue la scuola dal manicomio?
Entrambi sono istituzioni totali, entrambi obbligatori, e entrambi si prendono il monopolio di responsabilità che dovrebbero restare socialmente distribuite.
Leggendo questa bella poesia di Giorgio Antonucci, il medico che è riuscito a liberare tante persone internate nei manicomi, ho subito pensato alle "note" che ho dovuto firmare sul diario scolastio di mia figlia: "la bambina ride in classe" "la bambina risponde all'insegnate"...
La prima volta ho fatto il saluto
e mi sono messo a ridere
e mi hanno sbattuto in carcere
La seconda volta ho fatto il saluto
e mi sono messo a ridere
e mi hanno sbattuto in manicomio
Ora dopo tre anni di manicomio
continuo
a fare il saluto
e a ridere
Invece i sani di mente
continuano
a fare il saluto
senza ridere
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Società e paura

Perchè, e come, costruiamo la nostra società gerarchica e la fondiamo sulla crudeltà e sulla morte?
Come mai ci facciamo muovere dalla paura e dal ricatto e usiamo la benevolenza come maschera per ingannare il nostro competitore?
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Convivialita e strumenti, alla Illic

E’ conviviale la società in cui gli strumenti siano utilizzabili per realizzare le proprie intenzioni, e non riservati a specialisti che li tengono sotto il proprio controllo.
La convivialià non si basa su regole da applicare meccanicamente ma sui divieti delle condizioni che la renderebbero impossibile perché limitano la libertà, la sopravvivenza, l’equità e l’autonomia creatrice delle persone.
Lo strumento da servitore diventa despota quando supera una certa soglia che trasforma la società umana in scuola, ospedale, prigione.
Mentre lo strumento razionale genera efficienza senza degradare l’autonomia personale propria o altrui.
L’uomo ha bisogno di strumenti con cui lavorare, non che lavorino al suo posto.
Ognuno di noi si definisce nel rapporto con gli altri e con l’ambiente e per la struttura di fondo degli strumenti che utilizza.
Se padroneggio lo strumento conferisco un significato al mondo, se invece ne sono dominato la sua struttura plasma la rappresentazione che ho di me stesso.
Cosa fare per individuare i mezzi tramutati in fini?
- riconoscere le conseguenze dello strumento senza lasciarsi incantare dalle sue intenzioni
- smettere di misurare il benessere in denaro.
- riconoscere cosa ci incatena e ci assuefà
- reindirizzare la critica sociale dalla cattiva gestione (o corruzione, o ritardo tecnologico, o insufficiente ricerca) alla critica della struttura dello strumento che determina una crescente carenza generale
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Esperti di troppo

Gli esperti acquisiscono il potere legale di creare il bisogno che solo loro possono soddisfare, determinano il modo in cui devono essere fatte le cose e il motivo per il quale i loro servizi sono obbligatori.
Il professionista detiene il potere per concessione di una élite della quale sostiene gli interessi.
L’autorità professionale comprende tre ruoli:
1) autorità sapienziale del consigliare, istruire e dirigere
2) autorità morale che rende non solo utile ma obbligatorio quanto prescritto
3) autorità carismatica che permette al professionista di appellarsi a qualche interesse superiore del suo cliente, che travalica la sua coscienza individuale e talvolta anche la ragion di stato
Es: l’insegnante si è trasformato da tutor che sorveglia mentre si mandano a memoria la lezione, a educatore che si inserisce fra me e qualsiasi cosa io voglia studiare autorizzato a una crociata moralizzatrice.
Differenza tra artigiani, professionisti liberali e nuovi tecnocrati: se non seguo il consiglio dell’artigiano sono uno sciocco, se non seguo quello del professionista sono un masochista, se tento di sfuggire al chirurgo o allo strizzacervelli che hanno deciso per me posso essere raggiunto dal braccio armato della legge.
Il passaggio da professione liberale a professione dominante è un processo che ricorda la proclamazione di una religione di stato.
Es. i medici da diagnostici ora indicano chi ‘deve’ essere curato -> le professioni stanno prendendo spazio alle responsabilità politiche (il professionista dominante mette a disposizione della giuria o del parlamento un’opinione globale che è sua e dei suoi colleghi iniziati anziché una prova fattuale circostanziata o una specifica abilità).
Appunti da "professionisti di troppo" di Illich e altri Continua...
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appunti da libri,
glossario
Amicizia e collusione

C’è chi afferma che costruiamo il nostro mondo sociale in modo da ricevere giudizi positivi ed evitare giudizi negativi.
- E’ così anche per te?
- Temi anche tu di parlare francamente ad un tuo amico del suo comportamento?
Dice che scegliamo come amici chi è meno dotato di noi nelle qualità centrali dell'immagine che abbiamo di noi stessi, mentre eccelle in qualità che consideriamo meno importanti.
Dice anche che l’'inizio dell'amicizia consisterebbe in una negoziazione fra qualità più o meno centrali. In questo modo l'amicizia può essere il reciproco lodarsi sentendosi al contempo superiori.
Nelle tue relazioni con gli amici, come distingui l’amicizia dalla collusione, dal reciproco confermarsi l’immagine a cui si desidera corrispondere?
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La sofferenza nascosta
Appunti da “La nave che affonda” di Franco Basaglia & Co.
Basaglia spiega come la professione psichiatrica inganni tutti, internati e normalizzati, nascondendo la sofferenza e la sua vera natura.
Basaglia rifiuta tutta l’organizzazione della sofferenza classificata-istituzionalizzata-razionalizzata che non permette a chi soffre di conoscere e trasformare ciò che lo rende sofferente.
Chi si normalizza esce dal ruolo di emarginato per rientrare nel mondo dei drogati.
Chiudendo il manicomio, il problema ritorna a dover essere risolto a livello sociale, invece che ‘risolto’ con il controllo dello Stato e l’illusione della gente produttiva.
Il politico e il terapeutico sono le due facce della stessa medaglia psichiatrica.
- La psichiatria è controllo invisibile perchè sanziona attraverso il pregiudizio un comportamento anomalo, e dunque è un punto forte della struttura sociale.
Ma è anche un punto debole perché l’azione pratica smaschera facilmente il pregiudizio dimostrando che gli internati possono vivere nella società.
La diagnosi neutralizza la follia, razionalizzandola in disturbo mentale giustifica il sequestro nell’istituzione e le sottrae valenza politica
-> la preoccupazione della gente produttiva rispetto ai manicomi si riduce a non caderci dentro
-> la gente, valutandosi rispetto agli internati, si illude di essere attiva, vitale, in salute, e di ‘poter’ consumare
-> il manicomio risponde alle esigenze regressive della gente che vuole rinunciare alla propria libertà.
- Nel momento in cui la protesta non viene più interpretata come sintomo, diviene l’elemento vitale per la trasformazione.
La professione psichiatrica in seno all’istituzione manicomiale è ‘affondata’, resta il mare tumultuoso in cui dobbiamo affrontare la vita, non la malattia o la salute.
La liberazione non è un percorso individuale o teorico, è un’azione da fare insieme nelle pratiche sperimentando soluzioni condivise.
. Se è il “bravo psichiatra” a liberare il matto fa sì che questo, identificandosi con lo psichiatra, si normalizzi => falsa liberazione (ragione del mio ribrezzo di al film “Attimo fuggente”).
. Se il matto uccide, pensare che l’abbia fatto perché è folle deresponsabilizza tutti, sarebbe ‘ideologia della follia’.
- L’esperienza politica ha permesso agli internati di riprendere parola al di fuori della lingua degli psichiatri, di riabilitare il loro sapere che resiste al potere, e di opporre la propria particolarità al discorso generale della scienza.
Primato della pratica per la trasformazione: il professionista è un deterrente per la trasformazione, mentre l’internato è la voce di chi trasformerebbe -> manca il codice per esprimere a priori, teoricamente, questa trasformazione.
Alla domanda “se i matti escono dai manicomi, chi li prende in carico?”, B risponde “quando la donna si libererà, chi la prenderà in carico?”. => B postula una nuova situazione, una nuova dinamica, un nuovo modo di affrontare il problema.
Nella psichiatria tradizionale la comunicazione è qualcosa da decifrare. Basaglia non tenta di interpretare i significati, ma di vivere la comunicazione e di creare le condizioni perché questo potesse avvenire: o etichetto una persona in sindromi psichiatriche, oppure considero cosa vuole questa persona e per farlo devo vedere quanto conta per me e che rapporto di potere ho con lei.
Es: Un paziente che entra in un bar e paga esercita un potere contrattuale che gli dà la possibilità di entrare in rapporto con l’altro.
Per la mancanza di potere contrattuale politico alla persona disturbata sono impediti proprio quei rapporti sociali che costituiscono l’obiettivo.
L’oppressione dell’internato è dovuta proprio al fatto di non partecipare al sapere del tecnico.
Impedire la razionalizzazione dell’emarginazione, mantenendo un’attenzione viscerale a ciò che rende tutti nel complesso vitali: gradualmente insieme all’internato cominciamo ad affrontare tutto quello che comprendiamo sull’oppressione perdendo finalmente il nostro privilegio e il nostro ruolo di produttori di ideologie.
Proprio quando scatta il momento della pratica reale, viene fuori chi vuole privilegio e chi lo rifiuta.
Il lavoro è di un gruppo che si prende carico di un determinato problema, dunque non ha senso che il critico ‘puro’ parli di errori individuali.
. “Errore” cambia significato: l’essenziale è considerare se in ogni momento le scelte che facevamo stavano o meno dalla parte degli oppressi.
. “Curare” implica che l’altro possa esprimersi anche in rottura (es: che si ubriachi).
. Troviamo la nostra identità nella vitalità degli altri, e allora passiamo dalla loro parte.
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Aiuto

Un uomo giace sul ciglio della strada lacero, passa un altro uomo e lo aiuta, perché lo fa?
E se non lo fa, perchè non lo fa? Continua...
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RISPONDETE A QUESTO
Colori e emozioni

Per la maggior parte degli italiani il giallo è gioioso, il rosso eccitazione, l'azzurro serenità, il verde rilassamento.
E perchè mai?
P. Neruda: "hai pensato di che colore è l'Aprile degli ammalati?" Continua...
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RISPONDETE A QUESTO
Come fai a sapere di amare qualcuno?
C'è stato un periodo della mia vita in cui ho fatto spesso questa domanda. Andavo dagli amici e a tu per tu glielo chiedevo.
Questo era il dialogo tipico:
- "Lo so perchè lo so"
- "come fai a saperlo? Come fai ad esserne sicuro?"
- "lo sento, amo, lo sento"
- "come, dove, senti? Cosa esattamente senti? Come fai a sapere che ami Maria? Da cosa te ne accorgi? Come sai che lo sai per certo?"
Insistevo, volevo capire cosa rende certi di amare qualcuno.
E dopo aver chiesto tanto, mi rispondevano cose tipo "sento il cuore che batte forte, un senso di mancamento, mi tremano le gambe, qualcosa che ti toglie il respiro, un vuoto pesante allo somaco, un tremore, tipo un terrore di fondo, uno stordimento,...".
Più ascoltavo cosa fosse questo amare, e più capivo che non era affatto gradevole e desiderabile. In effetti quello che descrivevano era innamoramento, nulla a che vedere con l'amare.
Io conosco il voler bene, è il coltivare il desiderio che le persone a cui voglio bene stiano bene secondo i loro criteri, nella speranza di poterli condividere, cosicchè questo desiderio dia forma alle mie attenzioni e io possa godermi lo spettacolo del loro benessere sentendomene anche partecipe.
In un libro, una neweggiata, un esercizio cominciava chiedendo di immaginare una persona che ci ama. Era solo l'inizio dell'esercizio, dato per ovvio, e poi avrei dovuto proseguire. Ma mi sono fermata lì perchè non sapevo individuare una persona che mi ama.
Non i miei cari genitori. Loro proveranno certo un sacco di sentimenti verso di me, alcuni sono anche gradevoli da ricevere, ma mi sembrano insoddisfacenti in confronto ad un sano voler bene, figurati rispetto all'amare.
Per tutti quelli che avevo intervistato "amare" è di più che voler bene.
Avevo provato a individuare chi mi ama nella nonna o nella zia Irma, che mi accompagnano spesso nel mio dialogo interno, ma loro non vivono, non vale.
Non potevano essere neppure i miei fratelli o i miei amici, è già tanto se a volte ci ascoltiamo senza collusione.
Così, ancora non sapendo cosa fosse "amare", ho fatto un'ipotesi: amare non è affatto un sentimento, ma una disponibilità immediata a preservare la vita di chi amo, e il suo significato di libertà.
So che amo qualcuno se desidero che sia libero e trovi le sue vie per esserlo.
Bè, se fosse così io amo Margherita, mia figlia, credo abbastanza bene.
E poi tutti gli altri, seppur molto meno immediatamente.
Se fosse così, una persona da cui mi posso sentire amata è Aldo Busi, che non conosco. Credo di poter credere che Busi mi ama non perchè ama me, ma per come ho l'impressione che lui ami.
A questo punto, trovato il mio Busi, l'esercizio mi aveva soddisfatto, e non ho più pensato a proseguirlo.
Ma mi chiedo ancora, è questo "amare"? E anche se ne sono abbastanza convinta, mi rimane una domanda: perchè abbiamo bisogno di questa parola e non ci facciamo bastare "rispettare"?
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Questo era il dialogo tipico:
- "Lo so perchè lo so"
- "come fai a saperlo? Come fai ad esserne sicuro?"
- "lo sento, amo, lo sento"
- "come, dove, senti? Cosa esattamente senti? Come fai a sapere che ami Maria? Da cosa te ne accorgi? Come sai che lo sai per certo?"
Insistevo, volevo capire cosa rende certi di amare qualcuno.
E dopo aver chiesto tanto, mi rispondevano cose tipo "sento il cuore che batte forte, un senso di mancamento, mi tremano le gambe, qualcosa che ti toglie il respiro, un vuoto pesante allo somaco, un tremore, tipo un terrore di fondo, uno stordimento,...".
Più ascoltavo cosa fosse questo amare, e più capivo che non era affatto gradevole e desiderabile. In effetti quello che descrivevano era innamoramento, nulla a che vedere con l'amare.
Io conosco il voler bene, è il coltivare il desiderio che le persone a cui voglio bene stiano bene secondo i loro criteri, nella speranza di poterli condividere, cosicchè questo desiderio dia forma alle mie attenzioni e io possa godermi lo spettacolo del loro benessere sentendomene anche partecipe.
In un libro, una neweggiata, un esercizio cominciava chiedendo di immaginare una persona che ci ama. Era solo l'inizio dell'esercizio, dato per ovvio, e poi avrei dovuto proseguire. Ma mi sono fermata lì perchè non sapevo individuare una persona che mi ama.
Non i miei cari genitori. Loro proveranno certo un sacco di sentimenti verso di me, alcuni sono anche gradevoli da ricevere, ma mi sembrano insoddisfacenti in confronto ad un sano voler bene, figurati rispetto all'amare.
Per tutti quelli che avevo intervistato "amare" è di più che voler bene.
Avevo provato a individuare chi mi ama nella nonna o nella zia Irma, che mi accompagnano spesso nel mio dialogo interno, ma loro non vivono, non vale.
Non potevano essere neppure i miei fratelli o i miei amici, è già tanto se a volte ci ascoltiamo senza collusione.
Così, ancora non sapendo cosa fosse "amare", ho fatto un'ipotesi: amare non è affatto un sentimento, ma una disponibilità immediata a preservare la vita di chi amo, e il suo significato di libertà.
So che amo qualcuno se desidero che sia libero e trovi le sue vie per esserlo.
Bè, se fosse così io amo Margherita, mia figlia, credo abbastanza bene.
E poi tutti gli altri, seppur molto meno immediatamente.
Se fosse così, una persona da cui mi posso sentire amata è Aldo Busi, che non conosco. Credo di poter credere che Busi mi ama non perchè ama me, ma per come ho l'impressione che lui ami.
A questo punto, trovato il mio Busi, l'esercizio mi aveva soddisfatto, e non ho più pensato a proseguirlo.
Ma mi chiedo ancora, è questo "amare"? E anche se ne sono abbastanza convinta, mi rimane una domanda: perchè abbiamo bisogno di questa parola e non ci facciamo bastare "rispettare"?
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Il drago che aveva paura dei camini

Questa è la storia che ci raccontava la mamma e che io ho raccontato a Margherita, mia figlia, così come l’ho capita.
C’era una volta un drago che terrorizzava il paese vicino a cui viveva. Ogni tanto scendeva per le strade e si mangiava qualcuno, o anche solo lo mordeva portandosi via qualche pezzo, un braccio, o una gamba.
La gente del paese aveva tentato in tutti i modi di ucciderlo.
Avevano chiamato un gruppo di bravissimi arceri. Questi riuscivano a colpirlo, ma le frecce non penetravano nella spessa pelle del drago, rimanevano infilzate penzoloni, dandogli fastidio, ma non riuscendo ad ucciderlo. Immaginati il fastidio di una freccia penzoloni nella pelle, così puoi capire quanto arrabbiato e ancora più feroce diventasse il drago.
Poi avevano chiamato un gruppo di fucilieri. Le loro pallottole rimbalzavano sulla pelle del drago, non riuscivano ad ucciderlo, al massimo lo graffiavano un po’, e lui si arrabbiava sempre di più.
Erano tutti disperati, soprattutto il sindaco, non sapevano come riuscire ad uccidere il drago. Per loro il problema era questo: “come ucciderlo” e non sapevano come fare. Non si rendevano conto che il problema era piuttosto come difendersi o come evitare di farsi fare male.
Un giorno Dimitri, che aveva 8 anni, andò dal sindaco a proporgli il proprio aiuto “io so come fare”. Il sindaco era incredulo, nessuno, neppure gli adulti, neppure gli adulti esperti in ammazzamenti, sapevano come fare, e avevano paura. Dimitri invece era tranquillo, e diceva di sapere come fare.
Il sindaco pensava che Dimitri fosse ‘solo un bambino’, dunque incapace, o illuso. Non aveva intenzione di perdere tempo ad ascoltarlo, e poi aveva paura che con le sue follie Dimitri potesse farsi male.
Il nonno di Dimitri era con lui, e diceva “ma in effetti abbiamo una bella idea, potrebbe funzionare, posso aiutare io Dimitri”. Il sindaco allora ascoltò l’idea, e anche se temeva per l’incolumità di Dimitri e del nonno decise di appoggiarli, tanto, pensava, senza tentare sarebbero morti tutti lo stesso.
Dimitri e il nonno allora si misero a costruire una casa di mattoni. Con un enorme camino. Quando la casa fu finita, Dimitri salì sul tetto e cominciò ad urlare “drago! Tu hai paura dei camini!” , “draaaago! Tu hai paura dei camiiiini!”. Per un po’ di volte.
Ad un certo punto il drago, stufo di questa frase poco sensata urlò a sua volta (con il vocione) “non ho paura dei camini io, sono il drago, e non temo certo i camini!”. Al che Dimitri gli disse “e allora, se non hai paura, salta dentro il camino di questa casa, fammi vedere se sei capace!”. Il drago minacciò “domani, vedrai”.
L’indomani Dimitri, salito sul tetto della casa ricominciò ad urlargli “drago! Tu hai paura dei camini!”. Temeva che il drago si fosse ritirato dalla promessa di saltar dentro il camino. “Drago! Tu hai paura dei camini!”. Temeva anche che mantenesse la promessa “draaaago! Tu hai paura dei camiiiiini!”.
Ad un certo punto, “PUM PUM PUM”, Dimitri sentì i passi del drago che si avvicinava, si capiva che era arrabbiatissimo, grugniva “non ho paura io!”, e poi saltò con un boato nel camino.
In quel esatto momento il nonno, che era dentro la casa, chiuse veloce veloce la rete che era attaccata sotto il camino così da catturare il drago come in un sacco. Fatto!
Il drago era stupefatto, ma si mise a ridere con il vocione terrificante “credi forse di avermi catturato? Ha! Ha! Io posso sputare fuoco!!!”. Ma quando stava per farlo Dimitri rovesciò un barile d’acqua sul suo muso, e il drago, non potendo più sputare fuoco, si accorse che non poteva liberarsi della rete.
A questo punto bisognava tirare fuori il drago dalla casa. Ma come si poteva visto che la porta era più piccola del drago?
A Dimitri venne un’altra idea. Salì sul tetto, e dal camino stavolta rovesciò un barile di pepe, giù verso il drago, e scappò via.
Il drago cominciò a stropicciarsi il naso, a sbattere le cilia, a respirare strano, e poi a trattenere il fiato, e poi ad aver voglia di starnutire, “e- …e-…” … fino a quando “e-ciùuuu!” starnutì e la casa di mattoni crollò.
Adesso il drago era fuori casa, sempre chiuso nella rete. Era un po’ ammaccato, e anche raffreddato. Così intrappolato, non faceva più tanta paura alle persone del paese.
Erano lì tutti intorno. A deriderlo, ora che lo vedevano indifeso. A punzecchiarlo, ora che non ne avevano più paura.
Volevano ucciderlo, e subito, per non pensarci più. Per fare come se non esistesse.
Festeggiavano, furiosi “uccidiamolo! Uccidiamolo!”
Dimitri guardava il drago.
Il nonno guardava Dimitri che guardava il drago. Gli mise una mano sulla spalla, e stettero lì.
Dimitri parlò, e questa volta lo ascoltarono subito “ho un’idea: e se invece di ucciderlo lo mandassimo nello zoo della capitale? Saranno contenti di averlo lì, non ci potrà più far male, e noi ci saremo risparmiati di ucciderlo”.
Ci fu dibattito: quelli che volevano che il drago fosse ucciso non si decidevano a ucciderlo loro, di persona, e poi si convinsero che l’idea dello zoo non era tanto male.
Così il drago partì, caricato su un camion fatto di tre camion messi insieme.
Nello zoo fu accolto come meravigliosa rarità. Da tutti i paesi della regione arrivavano visitatori e lo zoo prosperava, famoso.
Ma con il passare del tempo i visitatori cominciarono a scarseggiare, ormai tutti avevano visto il drago, non era più una novità, e gli introiti diminuirono. Il drago però continuava a mangiare moltissimo: ogni giorno un camion di pane, baguette, rosette, filoni, e poi latte, tantissimo, barili e barili, tipo 30, e poi verdura fresca, frutta, patate, riso, pasta…
Allo zoo non sapevano come fare a mantenerlo. Resistettero un po’ ma poi cominciarono a prendere in considerazione l’idea di ucciderlo, o di lasciarlo morire di fame.
I figli del gestore dello zoo però avevano un’altra idea. A loro spiaceva che il drago morisse così. Perciò proposero di insegnare al drago a diventare buono “se diventerà buono, non avremo più la necessità di ucciderlo”.
Poteva essere una buona idea, ma come fare?
Qualcuno aveva sentito dire che in Cina c’erano persone sagge capaci di parlare la lingua dei draghi, decisero di chiedere loro aiuto.
Invitarono in città due grandi saggi, e spiegarono loro tutta la storia: il drago che aggredisce, il paese terrorizzato, i tentativi falliti di ucciderlo, la cattura, la vita nello zoo …
I saggi erano vestiti con vestiti normali in Cina, leggeri e semplici.
Si sedettero su una panchina davanti alla gabbia del drago e cominciarono a parlare fra loro nella lingua dei draghi.
Si raccontarono storie divertenti in cui qualcuno, per esempio un lupo o un serpente velenoso, cambiavano la loro vita, da triste, bastonata, solitaria, a allegra e in divertimento con gli altri. Parlavano con calma, e ridevano, soddisfatti.
Ogni giorno si sedevano sulla panchina a raccontarsi una storia. Una volta raccontarono anche la storia del lupo di Gubbio, con cui Francesco fece pace, perché i Cinesi conoscono molte storie di tutto il mondo.
Raccontavano del piacere di andare d’accordo, di ascoltarsi, di vivere insieme in pace.
Il drago ascoltava, e ascoltava, e vagamente pensava. Si commuoveva, sperava e si divertiva.
Un giorno, dopo tanti racconti, il drago si rivolse ai due saggi “signori, scusate se vi interrompo, vi ho ascoltato per tanti giorni, ho pensato e immaginato, e ora avrei una domanda da farvi: secondo voi, posso diventare buono anche io?”.
I due saggi si guardarono e si sorrisero, e dissero, questa volta proprio rivolti al drago “se vuoi essere buono, vale a dire se ti importa di star bene con gli altri e se ti importa di goderti la pace, allora sei già buono, devi solo stare attento a non fare male a nessuno”.
Si guardarono negli occhi, erano tutti contenti.
I saggi andarono subito dal direttore dello zoo a dare la buona notizia. Incominciarono i festeggiamenti. Tutti, i visitatori, il direttore, i figli, i lavoratori dello zoo, tutti, fecero un grande pic nic, aprirono la gabbia e festeggiarono coccolandosi il drago.
Il drago era felice di essere libero, per questo decise di tornare al suo paese. Mangiò un po’, poi salutò ciascuno e li lasciò fra musiche e canti a festeggiare.
Tutti si sentivano talmente leggeri che si erano dimenticati di avvisare la gente del paese che il drago stava tornando.
Così successe che quando il drago arrivò in paese, quando, “PUM PUM PUM”, da lontano si sentirono i suoi passi spaventosi, prima increduli e subito dopo terrorizzati, tutti i paesani scapparono urlando “presto! Chiudetevi in casa! Il drago è tornato! Presto! Aiuto, aiuto!”.
Il terrore era tornato.
Ognuno era chiuso in casa, al buio, anche le persiane erano chiuse per non vedere nulla.
Solo Dimitri, da dietro le persiane sbirciava. Giù nella piazza vedeva il drago che spiegava “gente, lo so che prima ho fatto del male, ma non lo sapevo. Non so come rimediare. Ero triste, e non lo sapevo. Ero arrabbiato e credevo fosse tutta colpa vostra, ché mi volevate morto. Ero solo, e cieco, per questo ero cattivo.
Per piacere, credetemi, adesso ho capito. Per piacere, credetemi, non vi farò male, adoro la pace!”.
Nessuno gli credeva. Lui parlava con il suo solito vocione, e loro si tappavano le orecchie perché avevano molta paura.
Dimitri, che ricordava di quando lo aveva guardato in faccia, da lontano, da sopra il tetto e di fianco al grande camino, invece ascoltava.
Lo vedeva triste, solo, disperato e speranzoso. E scese giù, nella piazza.
Si avvicinò al drago. Il drago lasciò che Dimitri salisse a cavalcioni sulle sue scaglie, e si misero a giocare. Allegri.
La gente pian piano si accorse che le voci e i rumori erano cambiati. Cominciarono a sbirciare anche loro fra i legni delle persiane, e videro Dimitri saltare e ridere sul drago. Anche il drago rideva, con il suo vocione, che adesso non faceva solo paura.
Così la piazza si riempì via via di gente che diceva “eccomi” ed era contenta di esserci.
Con i giorni seguenti si organizzarono bene. Il drago trasportava, tenendoli sulle sue scaglie, pacchi di mattoni su su per la collina. Sarebbe stato un lavoro quasi impossibile senza il suo aiuto, valeva certo di essere ripagato con camionate di baguette e latte.
Faceva da autobus trasportando le persone sedute in fila sulla sua schiena, e si dava da fare con altri lavoretti. Poi la sera cantava insieme a tutti.
Un giorno morì. Fu seppellito nella terra, vicino ad una lapide che raccontava la storia della sua vita con il paese.
Diceva la mamma che sul terreno dove il drago era stato seppellito nacquero alcuni grandi cardi, a ricordo delle sue scaglie. Continua...
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libera-mente: pensieri sparsi
Sono io, me

Osservavo il processo di me e mi sono resa conto che l’unica cosa di cui mi posso accorgere è questo, che poi è vuoto (e che non è nulla).
Ecco perché non ha senso sopprimere l’accorgermi nel tentativo di negare il dolore di giudicarmi male perchè mi so vulnerabile.
Tanto vale osservare il processo di me accorgendomi subito e mantenendo la consapevolezza della vulnerabilità, che peraltro non contiene dolore.
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Senso di colpa

La vera colpa è quella di non essere se stessi.
Mentre la falsa colpa è quella che si avverte quando non si riesce ad essere quello che gli altri dicono che dovremmo essere o sostengono che siamo.
Circolo vizioso: crimine, senso di colpa, bisogno di assoluzione, militanza al servizio di un ideale, altro bisogno di assoluzione, doppio attaccamento all’ideale … Così la vita si logora: la stima prende il posto dell’amicizia, l’umiliazione il posto del rispetto, l’obbedienza il posto della partecipazione, la costrizione il posto della fratellanza, l’entusiasmo il posto del sentimento, urla e sussurri il posto del discorso, sospetto il posto del dubbio, repressione invece che nostalgia, macerazione invece che riflessione, tradimento invece che congedo, immortalità invece che vita. (Amos Oz “La scatola nera” Feltrinelli 2002).
Il senso di colpa è un risentimento contro se stessi che catalizza l’attenzione ostacolando la responsabilità.
Un modo per ritrovare responsabilità dopo una colpa é risarcire e dire la verità.
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glossario
Lutto

Gran parte del dolore del lutto è legato alla frustrazione degli impulsi che erano diventati abitudini e alla difficoltà di creare nuove risposte ai vecchi impulsi, nuove abitudini.
Con il tempo i pensieri del lutto restano ma cambia il loro rapporto con gli altri pensieri.
Chi coltiva un lutto patologico continua a porre la persona mancata al centro del suo complesso di fini ed aspettative, e questo paralizza la sua vita.
Esercizio:
1. elencare i pensieri (immagini, suoni, sensazioni) in cui l’altro appare centrale nella propria vita
2. dalle proprie spalle (occhi larghi) osservare cos'altro è ora centrale
3. accorgersi quando si è in 1 e spostarsi in 2
A volte ne scaturisce una sorta di crisi di identità: la disputa fra il riconoscimento e il diniego dell’importanza della perdita avvenuta, tra riconoscimento e rifiuto di quanto è avvenuto.
N.B. a volte ci impediamo di spostarci da 1 a 2 a causa di un giudizio negativo su di noi per aver trovato un diverso centro.
Cosa penseresti di te se non provassi dolore?
Cosa vorresti pensare di te?
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esercizi ed attenzioni,
RISPONDETE A QUESTO
Collera

La collera mantiene la relazione ricordandone l’esigenza e gli obblighi, riaffermandone l'importanza e le attese che ne conseguono.
La collera si rivolge a un altro come sè stesso, non lo nega come nella rabbia.
Quando ormai la collera ci appare inutile e decidiamo di abbandonarla, spesso ci intristiamo, è la tristezza per la scelta di abbandonare la relazione a causa del fallimento della mia proposta di cambiamento della relazione.
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glossario
Emozioni e adesione ai valori collettivi

Le emozioni sono modi di definire e negoziare le relazioni con se stessi e con gli altri.
Le emozioni implicano giudizi delle condotte e delle relazioni, dunque servono a conservare i sistemi socioculturali in un ordine morale di credenze e di valori.
Siccome l'emozione esprime la valutazione morale in un pensiero incarnato ha la forza dell’automatismo.
Il contagio emozionale è un apprendimento a essere con un altro, ossia un altro regolatore del sé.
Supporre che qualcuno provi un’emozione è farlo entrare nell’area relazionale “come se” provasse davero l’emozione proposta, il che gli permette di acquisire ciò che gli è attribuito.
L’emozioni non sono semplici reazioni, ma disposizioni che coltiviamo.
La possibilità di emozionarsi a comando, per esempio imitando qualcuno, mostra come l’emozione non sia una semplice reazione, ma un modo di interpretare il nostro rapporto con il mondo e di impegnarci in questo rapporto.
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libera-mente: pensieri sparsi
Effetto Placebo ed emozioni
Appunti da "La realtà incantata" di Fabrizio BenedettiL’immagine mostra un esempio visivo di condizionamento contestuale.
L’effetto placebo è un buon esempio di condizionamento contestuale: mostra bene come il significato di quello che percepiamo, la nostra emozione, dipende da come interpretiamo le circostanze.*
Ecco alcuni esempi di come l’effetto placebo (nella diminuzione del dolore in media 30%) dipenda da come interpretiamo le circostanze:
- l'effetto è molto più pronunciato in ospedale rispetto a casa
- le iniezioni fanno più effetto delle sostanze per bocca
- le endovenose fanno più effetto delle muscolari
- pillole simili all'aspirina producono un effetto maggiore rispetto a pillole di altre forme e colori
L'effetto placebo è determinato da:
• riduzione dell'ansia, che gioca un ruolo fondamentale nella percezione del dolore
• nostra 'teoria cognitiva', la nostra personale interpretazione del mondo e del rapporto causa-effetto
• condizionamento classico, l’ abitudine ad associare, es: ad un determinato colore associare la scomparsa del dolore
La forma** dell’effetto placebo si ritrova universalmente:
- Struttura: l'oggetto placebo
- Relazione: la convinzione/aspettativa del rapporto causa effetto
- Processo: l'effetto.
Ecco alcuni esempi:
• Arte: musica perfettamente uguale ascoltata dalla stessa persona può produrre sensazioni diverse se viene cambiato il contesto, se viene abbinata a convinzioni differenti.
• Prima pagina dei giornali: leggere articoli di giornale dattiloscritti su pagine sparse è significativamente diverso dal leggerli nel contesto dell’impaginazione del giornale.
• Televisione: un film trasmesso da una rete locale suscita meno interesse che se messo in onda da una rete nazionale, il film viene assaporato con più gusto se abbinato alla potenza economica (considerata sintomo di qualità) di una grande emitente.
• Fenomeni di massa: quante più persone sono coinvolte quanto più l'effetto si rafforza; una volta che l'effetto placebo si è propagato a una massa critica di individui avviene una vera e propria esplosione (“se l'hanno visto in 100 è sicuramente vero”).
Modelli: un personaggio appare più bello di quello che è quando gli si associa il concetto di bontà, raramente il cattivo viene preso come simbolo di bellezza. Spesso sovrapponiamo il giudizio di bellezza e quello di bontà. Es: è difficile valutare l'età apparente di una persona quando la si conosce bene.
• Gare sportive: la differenza tra i premiati e i non premiati produce uno stato emotivo amplificato, la differenza di 2 centesimi di secondo è sproporzionata all’esaltazione.
• Giudizio:
a) si associa un qualsiasi elemento positivo/negativo (es: che l'imputato sia amante degli animali, che sia vestito come piace a noi) che esula da ciò che si sta giudicando,
b) si tende a dare ragione alla persona che ha deposto per prima in quanto è riuscita a dare dell'altra un'immagine (es: imbroglione) della quale non ci sapremo liberare facilmente e sulla base della quale interpreteremo la sua testimonianza,
c) tendiamo a usare pesi più grossi per errori con conseguenze più gravi (es: il portiere che sbaglia a parare viene giudicato negativamente anche se quello è l'unico errore della partita).
• Lingue: l'inglese è più adatto per le scoperte tecnologiche, gli attori/cantanti (le stesse cose dette con un accento dialettale fanno un altro effettto).
• Feticci: oggetti minimi o disgustosi (es: camicia sudata dell'eroe) diventano bramati.
• Clima: convinzione di essere dentro un evento climatico eccezionale.
• Marca: induce la sensazione di caratteristiche migliori.
* come interpretiamo le circostanze dipende a sua volta dal contesto emotivo, in un alternarsi di concentriche cornici semantiche e politiche <=>.
** è la forma autopoietica da cui emerge l’emozione: dal definirsi reciproco di sensazioni fisiche e significato ad esse attribuito emerge l’emozione, contesto a se stessa.
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