A COSA SERVE IL COACHING EMOZIONALE

Il Coaching Emozionale è un modo per modificare il sistema con cui creiamo e manteniamo i problemi con noi stessi e con gli altri.
L'obiettivo è di riconoscere i presupposti delle nostre emozioni per poter scegliere responsabilmente il nostro comportamento.

Grazie al Coaching Emozionale, in un numero limitato di incontri, è possibile:
- superare la timidezza, la gelosia, la rabbia, il senso di inadeguatezza, di colpa, il timore del giudizio altrui...
- superare le paure di ogni tipo (es: della gente, di volare in aereo, dei ragni, di parlare in pubblico, ansia degli esami…)
- affrontare la depressione
- affrontare i lutti, le separazioni, il mobbing…
- aumentare la capacità di concentrarsi e di studiare
- acquisire un corretto comportamento alimentare
- gestire lo stress, imparare a rilassarsi
- risolvere i conflitti personali e interpersonali
- affrontare i disturbi psicosomatici
- liberarsi del condizionamento del proprio passato
- modificare i comportamenti indesiderati
- migliorare i rapporti familiari e in genere interpersonali
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COME FUNZIONA IL COACHING EMOZIONALE

Il Coaching Emozionale permette di sciogliere in breve tempo i problemi e i disagi perché modifica il sistema comunicativo e di creazione dei significati che crea e mantiene i problemi.

L’intervento di Coaching Emozionale esplicita i processi comunicativi e di creazione di significato e li modifica agendo su pochi punti-chiave del problema affrontato.

Accade, anche piuttosto spesso, che uno o due incontri siano già risolutivi per gran parte degli aspetti del problema.
In questi casi la soluzione raggiunta può apparire in seguito banale come un trucco svelato: spesso si trattava di rimuovere un ostacolo prima invisibile, un automatismo che rende ciechi, uno schema difensivo.

Qui di seguito delineo un processo-tipo di Coaching Emozionale giusto per darvi un’idea, ma voi sapete che può variare:
- In genere il primo incontro prende avvio dalla definizione del problema in termini di disagio per giungere a definirlo nei termini dell'obiettivo da raggiungere.
- Seguono di solito da 1 a 4 incontri, che consistono essenzialmente in colloqui, alla conclusione dei quali si è invitati a seguire un programma di esercitazioni (spesso brevissime, di pochi istanti o minuti) centrato sui fulcri comunicativi generatori del problema o del disagio. Si viene guidati nelle esercitazioni modificando il programma in funzione dei risultati.
- L'ultima fase è di supervisione, ha lo scopo di consolidare ed estendere i primi miglioramenti trasformando la risoluzione del problema in apprendimento.
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LA NATURA DEL TEMPO

Humberto Maturana 27 Nov 1995

Non desidero affrontare tutti gli ambiti in cui entra la parola “tempo” come se questa si riferisse a un aspetto evidente del mondo o dei mondi in cui noi umani viviamo.
In verità proprio il fatto che il tempo può essere un tema di riflessione ci dimostra che ciò che la parola “tempo” connota cambia a seconda delle circostanze in cui viene utilizzata.
Questa situazione da sola, tuttavia, non sarebbe un problema perché, se avessimo accettato che il contesto definisce sempre il significato della parola, ci inviterebbe a riflessioni approfondite. Ma non lo facciamo, e ci chiediamo “che cosa è il tempo?” come pensando che la parola “tempo”, pur non avendone afferrato l’essenza finale, si riferisca a qualche entità indipendente o dimensione della natura che potrebbe essere correttamente svelata o descritta se ci impegnassimo abbastanza duramente.
Comunque ritengo che la domanda “che cosa è il tempo?” sia congrua perché implica fin dal principio l'opinione che il tempo possa essere correttamente trattato come una sorta di entità indipendente o dimensione della natura. E ritengo che tale visione sia completamente inadeguata perché penso che tutto ciò di cui noi esseri umani parliamo siano relazioni che emergono nel nostro operare nel linguaggio come ambito chiuso di coordinamenti consensuali ricorsive di comportamenti.
Consentitemi di spiegare quello che intendo con alcune parole sulla vita, il linguaggio e la conoscenza e quindi di rispondere alla domanda “quali distinzioni facciamo o evochiamo quando parliamo di tempo?”.

VIVERE

Il vivere ha luogo la nell'adesso, nel momento in cui avviene. Il vivere è una dinamica che scompare mentre si svolge. Il vivere si svolge nel non-tempo, senza passato o futuro. Passato, presente e futuro sono idee che noi esseri umani, noi osservatori, inventiamo quando spieghiamo i nostri accadimenti nell'adesso.
Inventiamo il passato come l'origine dell'ora, o presente, e inventiamo il futuro come una dimensione che emerge come estrapolazione delle caratteristiche del nostro vivere ora, nel presente.
Come il passato, il presente e il futuro, sono invenzioni per spiegare la nostra vita ora, il tempo è inventato come sfondo in cui passato, presente e futuro possano svolgersi.
Ma la vita, il vivere, si svolge ora, come flusso di processi di cambiamento.
Dire questo, naturalmente, è un modo di spiegare l'esperienza dell'essere ora nel momento in cui ci troviamo mentre chiediamo spiegazione della nostra vita, del tempo...

LINGUAGGIO

Ho sostenuto, e penso illustrato in altre pubblicazioni, che il linguaggio è un modo di fluire nel vivere insieme in coordinamenti consensuali di comportamento ricorsivi, e che linguaggiare consiste nell'operare in una rete di coordinamenti consensuali di coordinamenti consensuali di comportamenti, in una dinamica relazionale di coordinamenti consensuali di comportamenti strutturalmente aperta a infinite ricursioni.
Inoltre noi siamo, come sistemi viventi, sistemi strutturalmente determinati e nulla di esterno a noi può determinare o specificare cosa accade in noi. Pertanto gli agenti esterni che in qualsiasi istante ci colpiscono possano solo innescare in noi cambiamenti strutturali determinati in noi dalla nostra struttura in quell' istante. Di conseguenza, tutto ciò che facciamo in qualsiasi istante emerge in noi determinata dalla nostra struttura in quell'istante o come risultato della nostra interna dinamica strutturale chiusa, oppure come risultato della modulazione di tale dinamica strutturale interna attivata in noi dalle interazioni che partecipiamo.
In queste circostanze dovremmo dire che siamo costituzionalmente "ciechi" alle caratteristiche intrinseche dell’ambiente come realtà indipendente, se parlare delle caratteristiche intrinseche di una realtà indipendente avesse alcun senso.
Questa situazione ha le seguenti conseguenze fondamentali per la comprensione di ciò che facciamo e di ciò che accade in noi come esseri linguaggianti.

a) Il linguaggio come modalità di fluire in coordinamenti ricorsive consensuali di comportamento, è un modo di vivere nei coordinamenti del fare, non un modo di simbolizzare le caratteristiche di una realtà indipendente. Cioè linguaggiare è una maniera di vivere facendo le cose insieme nel particolare dominio del fare consensuale in cui il linguaggio si sviluppa attraverso il flusso delle interazioni dei partecipanti.
Noi esseri umani esistiamo nel linguaggio, e quando linguaggiamo non possiamo dire nulla al di fuori del linguaggio.

b) Il modo in cui partecipiamo al flusso del linguaggio in qualsiasi istante emerge come risultato delle nostre interazioni in quell’istante conformemente alla nostra struttura in quell’istante. Così ciò che facciamo nel linguaggio in qualsiasi momento è determinato dalla nostra struttura in quel momento, indipendentemente dal modo in cui siamo diventati con tale struttura in quel momento.

c) Il risultato principale delle nostre interazioni ricorsive nel linguaggio è che la nostra struttura cambia in modo condizionato dal corso del nostro linguaggiare nel flusso di quelle interazioni. Cioè noi acquisiamo la nostra struttura momento dopo momento conformemente al corso del nostro linguaggiare, e linguaggiamo momento dopo momento conformemente alla nostra struttura in quel momento.

d) Noi esseri umani esistiamo nel linguaggio; cioè noi siamo il tipo di esseri che siamo quando operiamo nel linguaggio e emergiamo nel nostro linguaggiare nel flusso dei nostri ricorsivi coordinamenti consensuali di ricorsivi coordinamenti consensuali di comportamento. O, in altre parole, noi esistiamo nella dinamiche chiusa del linguaggiare e tutto ciò che facciamo come esseri umani si svolge nel nostro linguaggiare come un flusso di consensuali coordinamenti di consensuali coordinamenti di comportamento.
Così tutto ciò che diciamo o possiamo dire, tutto ciò che noi possiamo distinguere quando facciamo ciò che facciamo come osservatori (come esseri umani linguaggianti), ha luogo come un'operazione all’interno di coordinamenti consensuali di comportamenti senza fare alcun riferimento a qualsiasi cosa al di fuori del nostro linguaggiare. Sia che agiamo come comuni esseri umani, filosofi, biologi, artisti o qualsiasi altra cosa, nello stesso.

e) Gli oggetti nascono con il linguaggio come consensuali coordinamenti di comportamenti che coordinano i comportamenti.
Come coordinamenti consensuali di comportamenti, i coordinamenti dei comportamenti che costituiscono gli oggetti operano come simboli di coordinamenti di comportamenti e come tali occultano i comportamenti che coordinano.
Inoltre, nel coordinamento ricorsivo consensuale dei coordinamenti consensuali del comportamento del flusso del linguaggio, molte proprietà degli oggetti emergono come differenti generi di operazioni nei coordinamenti del comportamento diventati simboli di coordinamenti del fare in diversi ambiti di coordinamenti consensuali del fare.

f) Idee, concetti, nozioni,... costituiscono domini degli oggetti che emergono come astrazioni da altre proprietà di oggetti, e danno luogo a proprietà di coordinamenti del fare che definiscono o che sono definiti attraverso di essi. Come i diversi tipi di oggetti corrispondono a diverse operazioni di coordinamenti di comportamenti, gli oggetti astratti (idee, concetti, nozioni) costituiscono le basi per i sistemi astratti che portano i coordinamenti di comportamenti nel dominio di coordinamenti consensuali dei comportamenti di cui essi sono astrazioni.

Nella nostra cultura viviamo la nostra esistenza nel linguaggio come se il linguaggio fosse un sistema simbolico per riferirsi a entità di diversi tipo che esistono indipendentemente da ciò che facciamo, e trattiamo anche noi stessi come se esistessimo al di fuori del linguaggio come entità indipendenti che utilizzano il linguaggio. Tempo, materia, energia,... sarebbero alcune di queste entità. Tale atteggiamento ci induce a comportarci come se potessimo caratterizzare tali entità nei termini della loro natura indipendente intrinseca. Io sostengo che questo non possa essere fatto perché appena diciamo qualcosa l'effetto che produciamo ha luogo in un dominio linguistico come un'operazione in coordinamenti ricorsivi consensuali di comportamento.

COGNIZIONE

La principale conseguenza della nostra esistenza nel linguaggio è che non possiamo parlare di ciò che è al di fuori di esso, nemmeno immaginare qualcosa al di fuori del linguaggio in modo abbia qualche senso al di fuori di esso. Possiamo immaginare qualcosa come se esistesse al di fuori del linguaggio, ma appena tentiamo di fare riferimento ad esso, esso emerge nel linguaggio caratterizzato dagli elementi, concetti e nozioni che emergono attraverso ciò che facciamo nel nostro linguaggiare.
Non esiste nulla nella vita dell'uomo al di fuori del linguaggio perché la vita umana si svolge nel linguaggio, e anche se noi possiamo immaginare una realtà indipendente, obiettiva, quello che immaginiamo non è indipendente dal nostro linguaggiare. Infatti, appena riflettiamo su questa questione diventa evidente che la nozione di realtà è un'assunzione esplicativa che noi umani abbiamo inventato per spiegare che cosa distinguiamo come nostre esperienze negli accadimenti della nostra vita come se essa esistesse indipendentemente da ciò che facciamo.

Mi riferisco a questa situazione dicendo che se anche noi possiamo affermare che una realtà indipendente sembra necessaria per motivi epistemologici per spiegare le esperienze umane, non possiamo dire nulla su di essa. Nemmeno la nozione di una realtà indipendente ha alcun senso al di fuori del linguaggio e se un tale concetto fosse adottato sarebbe irrilevante, o sarebbe utilizzato come un principio esplicativo a priori. Ma allo stesso tempo, è evidente che non avere accesso a qualcosa che potrebbe correttamente essere chiamato una realtà indipendente non è una limitazione per la nostra vita o per il nostro fare poiché nulla di ciò che facciamo nel flusso del coordinamento consensuale di comportamenti in cui esistiamo richiede il concetto o la supposizione che c'è una realtà indipendente. Realtà, la nozione di realtà, è un'assunzione esplicativa adottata come un principio esplicativo preso come auto evidente. Se una persona non è consapevole di questo, come accade nella nostra cultura, o se non vuole seguire pienamente le implicazioni di tale consapevolezza, come accade nei vari rami della nostra tradizione filosofica occidentale, tratterà la nozione di realtà come se si riferisse a un dominio di entità indipendenti (di qualsiasi tipo) che esiste in modo indipendente da ciò che fa l'osservatore.

Eppure, se comprendiamo il linguaggio nella consapevolezza che come sistemi viventi siamo sistemi dalla struttura determinata e scegliamo di seguire le conseguenze di tale consapevolezza, possiamo diventare consapevoli di diverse condizioni di base che altrimenti non vediamo.

a) Quando ci rendiamo conto che la realtà è un concetto esplicativo o una assunzione, noi abbandoniamo la credenza in essa come un dominio di entità che esistono indipendentemente da ciò che un osservatore fa e diventiamo consapevoli del fatto che ciò che effettivamente facciamo quando spieghiamo le nostre esperienze è utilizzare le nostre esperienze per spiegare le nostre esperienze.
Cioè diventiamo consapevoli che quando spieghiamo utilizziamo la coerenze delle nostre esperienze per proporre un meccanismo (un meccanismo generativo) che, se autorizzato ad operare, genererebbe nell'osservatore l'esperienza di essere spiegato.

b) Diventiamo consapevoli del fatto che ci sono tanti ambiti di spiegazioni quanti ambiti di coerenze esperenziali che noi umani possiamo vivere. Allo stesso tempo, diventiamo consapevoli che la nozione di determinismo strutturale si riferisce alle regolarità delle coerenze delle nostre esperienze, e che noi operiamo nella nostra vita in tanti ambiti di determinismo strutturale quanti ambiti di coerenze esperenziali che viviamo nel flusso delle nostre esperienze.

c) Diventiamo consapevoli che non sperimentiamo le cose come caratteristiche di un mondo indipendente, ma, come ho detto sopra, quello che distinguiamo come accadente a noi mentre operiamo nel linguaggio avendo cura di ciò che ci accade quando viviamo. Allo stesso tempo diventiamo consapevoli che quando le esperienze ci accadono, ci accadono fuori dal nulla, da nessun dove, o con l’agio di viverle come parte di un dominio conosciuto di coerenze esperenziali, oppure sorprendendoci perché sembrano aver luogo fuori dalla coerenza delle altre esperienze conosciute.
In quest’ultimo caso vogliamo spiegarle e le spiegheremo facendo di tali esperienze parte di un ambito già noto di esperienze, altrimenti resteremo spaventati fino a quando non lo avremo fatto.

d) Quando diventiamo consapevoli che ci troviamo già a vivere ciò che distinguiamo come accadente a noi, noi lo distinguiamo, e questa nostra esperienza emerge dal nulla, ci accorgiamo di come spieghiamo la nostra esperienza con le coerenze delle nostre esperienze. Cioè diventiamo consapevoli che tutte le nostre spiegazioni hanno luogo in un dominio chiuso, e che la realtà e gli altri concetti esplicativi sono assunzioni a priori che non hanno luogo fuori dagli ambiti esplicativi in cui esistiamo come esseri parlanti.

e) Diventiamo consapevoli che la nozione di determinismo strutturale non è un’assunzione rispetto ad una realtà indipendente, ma che è un’astrazione delle regolarità della nostra esperienza. Inoltre diventiamo consapevoli che poiché il determinismo strutturale è un’astrazione delle regolarità della nostra esperienza noi possiamo usare il determinismo strutturale per spiegare le nostre esperienze con le coerenze delle nostre esperienze.
Infine diventiamo anche consapevoli che viviamo tanti domini di determinismo strutturale quanti domini di coerenze esperenziali, e ogni dominio esplicativo è di fatto un dominio di determinismo strutturale.

In queste circostanze, cos’è “conoscere”? Da quel che ho detto, conoscere non può riferirsi ad una realtà indipendente dal momento che è qualcosa che noi come esseri linguaggianti non possiamo fare.
Eppure se badiamo a quel che facciamo nella vita quotidiana e tecnica, noteremo che affermiamo di conoscere, o che altri esseri conoscono, quando vediamo che noi o altri esseri si comportano adeguatamente in qualche ambito che noi specifichiamo con un argomento, e lo fanno in accordo con alcuni criteri che noi poniamo per cosa sia un comportamento adeguato in quell’ambito. La conoscenza è una relazione interpersonale nell’ambito di coordinamenti consensuali di coordinamenti consensuali di comportamenti.
O, in altre parole, la conoscenza è qualcosa che attribuiamo a noi o ad altri quando consideriamo adeguato il nostro o l’altrui comportamento in un ambito specifico, e spesso attribuiamo la conoscenza per fare qualcosa insieme in alcuni ambiti di coordinamenti di comportamenti. Se non siamo consapevoli di questa situazione, agiamo trattando la conoscenza come una maniera di riferirsi a entità che si assume esistano realmente, cioè in un ambito di entità che esistono indipendentemente da quello che noi esseri umani facciamo. In queste circostanze la ricerca della conoscenza diventa una ricerca senza fine della cosa in sé.

Questa conoscenza non è, e non può essere, una maniera di riferirsi ad un dominio di entità che esistono con indipendenza da quello che gli umani come esseri linguaggianti fanno, non è una limitazione o un’insufficienza nel dominio della conoscenza, è una caratteristica costitutiva del fenomeno della conoscenza.
Infatti questa conoscenza dovrebbe essere una maniera di vivere insieme in coordinamenti consensuali di coordinamenti consensuali di comportamenti, in una condizione che fa della conoscenza un dominio sempre aperto alle trasformazioni, e la vita umana aperta a continue trasformazioni attraverso la conoscenza come esperienze emerse nella vita umana dal nulla (chaos).
In queste circostanze, cosa dire sul tempo?


LA NATURA DEL TEMPO


Noi apparteniamo ad una cultura, soprattutto e particolarmente nei domini della scienza della filosofia e della tecnologia, che vive nell’esplicita o implicita accettazione di un qualche genere di realtà indipendente come ultimo riferimento per tutte le spiegazioni.
Questo atteggiamento permea il nostro modo di porre domande e di ascoltare le risposte.
Così nella nostra cultura quando domandiamo cos’è il tempo, ci aspettiamo una risposta nella forma di un riferimento a qualche tipo di entità indipendente, con l’implicito intendimento che tale riferimento darà validità universale alla nostra risposta.
Secondo quanto ho detto nessun riferimento può essere fatto, e non a causa di una limitazione nella nostra capacità di conoscere, ma come caratteristica della natura del fenomeno della cognizione.

Perciò ciò che noi connotiamo con la parola tempo non può essere una cosa in sé.
Nella nostra cultura la nozione di tempo è usata come nozione esplicativa o principio nello stesso modo in cui viene usata il concetto di realtà.
Ma se noi siamo consapevoli di questa situazione e se siamo consapevoli che la parola tempo non può essere riferita a un’ entità che esiste indipendentemente da ciò che facciamo, dobbiamo porre la nostra domanda in modo diverso da come noi la poniamo quando nella vita quotidiana o tecnica usiamo la parola tempo. Quali caratteristiche di coerenza delle nostre esperienze connotiamo o astraiamo quanto utilizziamo la parola tempo?

a) Noi usiamo l’esperienza per spiegare l’esperienza. Spiegare il tempo, perciò, è un’operazione che dovrò eseguire attraverso l’elemento del dominio delle nostre esperienze. Di conseguenza dovrò utilizzare le caratteristiche della nostra esperienza quotidiana, e non nozioni esterne ad essa, per spigare o descrivere ciò che io penso che facciamo quando usiamo la parola tempo. L’esperienza è la nostra condizione di partenza sia per porre la domanda sia per rispondere. Così dovrò partire dal trovare noi stessi che facciamo qualcosa e dalla capacità di fare tutto quello che noi facciamo quotidianamente o nella vita tecnica.
L’esperienza non è il nostro problema quando vogliamo spiegare quello che facciamo, spiegare questo è il nostro compito.
Similmente il problema non è l’uso della parola tempo o qualsiasi altra parola nella vita quotidiana, ma spiegare o svelare quello che facciamo quando le usiamo, o come noi le viviamo.

b) Io sostengo che la parola tempo connoti un’astrazione dell’accadere di processi in sequenze come noi li distinguiamo nelle coerenze delle nostre esperienze. Come noi distinguiamo le sequenze di processi, così distinguiamo anche la simultaneità di processi come una caratteristica delle nostre coerenze esperienziali che connotiamo con l’espressione “nello stesso tempo”. Una tale astrazione è resa possibile soprattutto poiché nell’attività del nostro sistema nervoso le sequenze di attività sono distinte come configurazione di relazioni di attività sulla superficie delle cellule nervose al momento della generazione degli impulsi nervosi. Come risultato quello che dalla prospettiva di un osservatore è un’operazione nel tempo, nella distinzione del tempo come un’astrazione di un processo appare come un’operazione nel presente.

c) Al momento dell’astrazione della relazione sequenziale che da origine a quella distinzione che chiamiamo tempo, il tempo emerge nell’ esperienza dell’osservatore con direzionalità ed irreversibilità. Perfino nel caso in cui noi distinguiamo processi ciclicamente reversibili, noi facciamo questa distinzione nel contesto di irreversibilità direzionale del tempo che permette la distinzione della sequenza processuale e il suo inverso come configurazione di un processo che noi chiamiamo tempo reversibile. Così il tempo reversibile è un’astrazione di una particolare esperienza irreversibile e direzionale.

d) Una volta che il tempo è emerso come una distinzione nel dominio delle esperienze di un osservatore diventa un’entità operativa che nella nostra cultura appare come se avesse indipendenza da ciò che l’osservatore fa. E questo avviene poiché una volta che il tempo è emerso può essere usato dall’osservatore (da ciascuno di noi in quanto esseri linguaggianti) nella sua riflessione sulle regolarità delle sue esperienze proprio perché emerge come un’astrazione delle regolarità delle sue esperienze.
Con la nozione di tempo, perciò, succede la stessa cosa che con la nozione di determinismo strutturale che è anch’essa un’ astrazione dalle regolarità delle esperienze dell’osservatore, che può essere utilizzata per trattare di regolarità delle coerenze dell’osservatore proprio perché esso emerge come un’astrazione di esse.

e) Ritengo che quanto ho detto sia valido per ogni dominio compreso, ovviamente, la fisica. Il dominio della fisica emerge come un dominio esplicativo di alcuni tipi di coerenze esperienziali dell’osservatore attraverso l’uso di certi tipi di coerenze esperienziali dell’osservatore. Così la fisica non è un dominio primario di esistenza, ma è un dominio particolare di spiegazioni di un particolare dominio di coerenze esperienziali di un osservatore. Le nozioni teoriche sono astrazioni delle coerenze esperenziali di un osservatore in certi domini, o almeno sono intese così. Data questa condizione, le teorie sono operativamente valide solo nel dominio in cui esse si applicano come astrazioni.

f) Il tempo unidirezionale e il tempo reversibile emergono come nozioni teoriche in fisica come astrazioni che l’osservatore fa delle sue coerenze sperimentali e che denota con le parole tempo e reversibilità. Come nozioni astratte il tempo unidirezionale e il tempo reversibile possono essere trattati come entità che hanno efficacia operativa nel dominio esperenziale del quale esse sono astrazioni. Questo appare ovvio. Ciò che non è così ovvio, tuttavia, è che spesso dimentichiamo che il tempo unidirezionale e il tempo reversibile sono in realtà astrazioni delle coerenze esperenziali dell’osservatore, come ho indicato prima. In quest’ ultimo caso noi trattiamo il tempo unidirezionale e il tempo reversibile come entità esistenti indipendentemente da ciò che facciamo in quanto osservatori, o come se fossero riflessi o rappresentazioni di tali entità indipendenti, e così noi generiamo conflitti concettuali e operativi. Quando ciò avviene non vediamo nemmeno che le formulazioni matematiche nelle proposizioni astratte emergono solamente come valide nelle loro coerenze in quanto astrazioni delle coerenze delle esperienze che rappresentano.

Poiché la nozione di tempo è stata generata come astrazione delle nostre esperienze di sequenze di processi nelle molteplici dimensioni e forme dell’esistenza umana, questa nozione viene generata in relazione alla molteplicità di forme nelle quali viviamo. Di conseguenza ci sono tante forme di tempo quante sono le forme di astrazione delle regolarità delle esperienze di processi e sequenze di processi. Così noi parliamo di tempo veloce e lento, di passare il tempo, di perdere tempo, di avere o non avere tempo, di coincidenza nel tempo, di reti di tempo, di simultaneità,… in molti ambiti di esperienze, e in tutti i casi noi ci riferiamo allo stesso tipo di astrazione nel dominio di sequenze di processi. In realtà ogni dominio ha una sua propria dinamica temporale così come ha una sua propria dinamica processuale. La consapevolezza che la nozione di tempo emerge come astrazione dalle coerenze delle esperienze dell’osservatore che usa come nozione esplicativa non è un problema. Ciò che diventa un problema a lungo andare è l’inconsapevole adozione della nozione di tempo come principio esplicativo che è accettato come contenuto certo dandogli uno status ontologico trascendentale.

CONCLUSIONE

Ho risposto alla domanda “quale distinzione connotiamo quando parliamo del tempo?” mostrando 1) che noi non connotiamo e non possiamo connotare un’entità o dimensione naturale che esiste indipendentemente da quello che noi facciamo in quanto osservatori umani; e 2) mostrando che noi usiamo nella vita quotidiana la parola tempo per indicare o per connotare un’ astrazione delle nostra esperienze di successione di processi.
In altre parole ho mostrato che la nascita della nozione di tempo in qualsiasi dominio si fonda sulla biologia dell’osservatore, non nel dominio della fisica che è un dominio di spiegazioni di un particolare tipo di coerenze esperenziali dell’osservatore.
Inoltre in questo processo ho anche mostrato che appena il tempo emerge come principale astrazione del flusso di esperienze dell’osservatore, esso emerge con direzionalità e irreversibilità, e che il tempo reversibile sorge solo come una collaterale e ulteriore astrazione delle esperienze dell’osservatore che è possibile solo in un dominio di tempo unidirezionale e irreversibile. infine sostengo che la nozione di tempo viene frequentemente usata come un principio esplicativo che gli conferisce uno status ontologico trascendentale.

L’osservatore non è un’entità fisica, l’osservatore è una maniera di operare degli esseri umani nel linguaggio. E’ attraverso le operazioni dell’osservatore che emergono tutti i domini cognitivi, compreso il dominio dell’osservazione. La fisica è la modalità con cui l’osservatore spiega attraverso la coerenza della sua esperienza un particolare dominio di esperienze che è denotato con il termine fisica.
In realtà l’osservatore stesso emerge come entità di cui noi osservatori possiamo parlare attraverso l’operazione dell’osservatore che costituisce il fondamento di tutto quello che noi umani facciamo.
Senza dubbio noi ci comportiamo nella nostra vita come se vivessimo in un mondo che esiste indipendentemente da quello che noi facciamo, e che noi chiamiamo realtà.
Ed è soprattutto per questo che ci domandiamo come conosciamo la realtà, o il tempo, come se ci riferissimo proprio a qualcosa che esiste indipendentemente da ciò che facciamo. Il mio intento è stato diverso. La mia domanda non riguarda la realtà del tempo, o di ogni altro tipo di entità, come se la sua esistenza indipendente potesse essere presa per garantita. La mia domanda riguarda le esperienze o le operazioni che noi facciamo come osservatori quando usiamo differenti nozioni, concetti o parole che implicano distinzioni di entità o caratteristiche di un mondo indipendente.

L’esperienza che noi distinguiamo come accaduta a noi non è mai un problema a meno che non ci accusiamo l’un l’altro di mentire. È la spiegazione dell’esperienza che costituisce un problema come fonte di conflitti. L’esperienza emerge spontaneamente letteralmente dal nulla, oppure, se vogliamo, dal caos, dal dominio sul quale non possiamo dire nulla che non nasca dalle coerenze della nostra esperienza. Ciò che dico è valido per ogni dominio di esperienze, sia questo la vita, la fisica, la fisica quantistica, le relazioni umane … Tutti questi differenti domini di esperienza sono domini esperenziali vissuti come domini di spiegazioni delle nostre esperienze attraverso le nostre esperienze. Ma le nostre esperienze non sono disordinate, esse nascono coerentemente in quanto nascono in noi dal niente. Così noi esistiamo in questa meravigliosa situazione esperienziale nella quale noi, in quanto osservatori che esistono nel presente, siamo la sorgente di ogni cosa, pesino di ciò che possiamo trattare nelle coerenze delle nostre esperienze come osservatori, come entità che attraverso la loro operazione danno vita all’operazione dell’osservare e di spiegare i loro accadimenti all’interno di un dominio chiuso di spiegazioni.
La grande tentazione è di trasformare l’astrazione delle coerenze che distinguiamo delle nostre esperienze con nozioni come realtà, esistenza, ragione, spazio, coscienza.. oppure tempo, in principi esplicativi.
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Quanto siamo liberi?


E’ bello pensarsi liberi, finiamo per credere di esserlo.

Ma capitano alcune esperienze in cui ci accorgiamo con stupore, oltre che con orrore, di quanto siamo complici della nostra, e dell’altrui, prigionia.

Qui di seguito sono raccontati due momenti di stupore ed orrore in cui chi scrive si accorge di aver assunto automaticamente i presuposti dell’appartheid.*

"Un giorno, andando per la città, vidi una donna bianca che, seduta sulla cunetta di scolo accanto al marciapiede, succhiava delle lische di pesce. Era giovane e piuttosto attraente, ma evidentemente povera e senza casa. Naturalmente sapevo che esistevano bianchi poveri, bianchi la cui miseria non aveva niente da invidiare a quella dei neri, ma capitava raramente di vederli.
Ero abituato a vedere i mendicanti neri per le strade, e vederne uno bianco mi colpì. Mentre di solito ai mendicanti neri non facevo l’elemosina, provai l’impulso di dare a quella donna del denaro.
In quell’istante mi avvidi di quali scherzi giocava alla gente l’appartheid, rendendole insensibili ai travagli quotidiani dei neri, pur lasciandole capaci di commuoversi alla sofferenza dei bianchi. In Sudafrica, essere poveri e neri era normale, essere poveri e bianchi una tragedia." (pag 186).

"Facemmo tappa brevemente a Kartoum dove ci trasferimmo su un aereo delle linee etiopiche che ci avrebbe portati ad Adis. Lì feci una esperienza alquanto strana: mentre salivo a bordo mi accorsi che il pilota era un nero, e per un attimo fui preso dal panico. Come poteva un nero pilotare un aereo? Ma subito mi accorsi del tranello: anche io ricadevo negli schemi dell’appartheid, secondo i quali gli africani erano inferiori e pilotare un aereo era un mestiere da bianchi."(pag 282).

(*Autobiografia di Nelson Mandela, edizione economica Feltrinelli, 1997)
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La scuola e il manicomio


Cosa distingue la scuola dal manicomio?

Entrambi sono istituzioni totali, entrambi obbligatori, e entrambi si prendono il monopolio di responsabilità che dovrebbero restare socialmente distribuite.

Leggendo questa bella poesia di Giorgio Antonucci, il medico che è riuscito a liberare tante persone internate nei manicomi, ho subito pensato alle "note" che ho dovuto firmare sul diario scolastio di mia figlia: "la bambina ride in classe" "la bambina risponde all'insegnate"...

La prima volta ho fatto il saluto
e mi sono messo a ridere
e mi hanno sbattuto in carcere

La seconda volta ho fatto il saluto
e mi sono messo a ridere
e mi hanno sbattuto in manicomio

Ora dopo tre anni di manicomio
continuo
a fare il saluto
e a ridere

Invece i sani di mente
continuano
a fare il saluto
senza ridere
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Società e paura


Perchè, e come, costruiamo la nostra società gerarchica e la fondiamo sulla crudeltà e sulla morte?

Come mai ci facciamo muovere dalla paura e dal ricatto e usiamo la benevolenza come maschera per ingannare il nostro competitore?
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Convivialita e strumenti, alla Illic


E’ conviviale la società in cui gli strumenti siano utilizzabili per realizzare le proprie intenzioni, e non riservati a specialisti che li tengono sotto il proprio controllo.

La convivialià non si basa su regole da applicare meccanicamente ma sui divieti delle condizioni che la renderebbero impossibile perché limitano la libertà, la sopravvivenza, l’equità e l’autonomia creatrice delle persone.

Lo strumento da servitore diventa despota quando supera una certa soglia che trasforma la società umana in scuola, ospedale, prigione.
Mentre lo strumento razionale genera efficienza senza degradare l’autonomia personale propria o altrui.

L’uomo ha bisogno di strumenti con cui lavorare, non che lavorino al suo posto.

Ognuno di noi si definisce nel rapporto con gli altri e con l’ambiente e per la struttura di fondo degli strumenti che utilizza.
Se padroneggio lo strumento conferisco un significato al mondo, se invece ne sono dominato la sua struttura plasma la rappresentazione che ho di me stesso.

Cosa fare per individuare i mezzi tramutati in fini?
- riconoscere le conseguenze dello strumento senza lasciarsi incantare dalle sue intenzioni
- smettere di misurare il benessere in denaro.
- riconoscere cosa ci incatena e ci assuefà
- reindirizzare la critica sociale dalla cattiva gestione (o corruzione, o ritardo tecnologico, o insufficiente ricerca) alla critica della struttura dello strumento che determina una crescente carenza generale

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Esperti di troppo


Gli esperti acquisiscono il potere legale di creare il bisogno che solo loro possono soddisfare, determinano il modo in cui devono essere fatte le cose e il motivo per il quale i loro servizi sono obbligatori.

Il professionista detiene il potere per concessione di una élite della quale sostiene gli interessi.

L’autorità professionale comprende tre ruoli:
1) autorità sapienziale del consigliare, istruire e dirigere
2) autorità morale che rende non solo utile ma obbligatorio quanto prescritto
3) autorità carismatica che permette al professionista di appellarsi a qualche interesse superiore del suo cliente, che travalica la sua coscienza individuale e talvolta anche la ragion di stato
Es: l’insegnante si è trasformato da tutor che sorveglia mentre si mandano a memoria la lezione, a educatore che si inserisce fra me e qualsiasi cosa io voglia studiare autorizzato a una crociata moralizzatrice.

Differenza tra artigiani, professionisti liberali e nuovi tecnocrati: se non seguo il consiglio dell’artigiano sono uno sciocco, se non seguo quello del professionista sono un masochista, se tento di sfuggire al chirurgo o allo strizzacervelli che hanno deciso per me posso essere raggiunto dal braccio armato della legge.

Il passaggio da professione liberale a professione dominante è un processo che ricorda la proclamazione di una religione di stato.
Es. i medici da diagnostici ora indicano chi ‘deve’ essere curato -> le professioni stanno prendendo spazio alle responsabilità politiche (il professionista dominante mette a disposizione della giuria o del parlamento un’opinione globale che è sua e dei suoi colleghi iniziati anziché una prova fattuale circostanziata o una specifica abilità).

Appunti da "professionisti di troppo" di Illich e altri
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Amicizia e collusione


C’è chi afferma che costruiamo il nostro mondo sociale in modo da ricevere giudizi positivi ed evitare giudizi negativi.


- E’ così anche per te?
- Temi anche tu di parlare francamente ad un tuo amico del suo comportamento?

Dice che scegliamo come amici chi è meno dotato di noi nelle qualità centrali dell'immagine che abbiamo di noi stessi, mentre eccelle in qualità che consideriamo meno importanti.

Dice anche che l’'inizio dell'amicizia consisterebbe in una negoziazione fra qualità più o meno centrali. In questo modo l'amicizia può essere il reciproco lodarsi sentendosi al contempo superiori.

Nelle tue relazioni con gli amici, come distingui l’amicizia dalla collusione, dal reciproco confermarsi l’immagine a cui si desidera corrispondere?
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La sofferenza nascosta

Appunti da “La nave che affonda”
di Franco Basaglia & Co.

Basaglia spiega come la professione psichiatrica inganni tutti, internati e normalizzati, nascondendo la sofferenza e la sua vera natura.

Basaglia rifiuta tutta l’organizzazione della sofferenza classificata-istituzionalizzata-razionalizzata che non permette a chi soffre di conoscere e trasformare ciò che lo rende sofferente.
Chi si normalizza esce dal ruolo di emarginato per rientrare nel mondo dei drogati.

Chiudendo il manicomio, il problema ritorna a dover essere risolto a livello sociale, invece che ‘risolto’ con il controllo dello Stato e l’illusione della gente produttiva.
Il politico e il terapeutico sono le due facce della stessa medaglia psichiatrica.

- La psichiatria è controllo invisibile perchè sanziona attraverso il pregiudizio un comportamento anomalo, e dunque è un punto forte della struttura sociale.
Ma è anche un punto debole perché l’azione pratica smaschera facilmente il pregiudizio dimostrando che gli internati possono vivere nella società.
La diagnosi neutralizza la follia, razionalizzandola in disturbo mentale giustifica il sequestro nell’istituzione e le sottrae valenza politica
-> la preoccupazione della gente produttiva rispetto ai manicomi si riduce a non caderci dentro
-> la gente, valutandosi rispetto agli internati, si illude di essere attiva, vitale, in salute, e di ‘poter’ consumare
-> il manicomio risponde alle esigenze regressive della gente che vuole rinunciare alla propria libertà.

- Nel momento in cui la protesta non viene più interpretata come sintomo, diviene l’elemento vitale per la trasformazione.
La professione psichiatrica in seno all’istituzione manicomiale è ‘affondata’, resta il mare tumultuoso in cui dobbiamo affrontare la vita, non la malattia o la salute.
La liberazione non è un percorso individuale o teorico, è un’azione da fare insieme nelle pratiche sperimentando soluzioni condivise.
. Se è il “bravo psichiatra” a liberare il matto fa sì che questo, identificandosi con lo psichiatra, si normalizzi => falsa liberazione (ragione del mio ribrezzo di al film “Attimo fuggente”).
. Se il matto uccide, pensare che l’abbia fatto perché è folle deresponsabilizza tutti, sarebbe ‘ideologia della follia’.

- L’esperienza politica ha permesso agli internati di riprendere parola al di fuori della lingua degli psichiatri, di riabilitare il loro sapere che resiste al potere, e di opporre la propria particolarità al discorso generale della scienza.
Primato della pratica per la trasformazione: il professionista è un deterrente per la trasformazione, mentre l’internato è la voce di chi trasformerebbe -> manca il codice per esprimere a priori, teoricamente, questa trasformazione.
Alla domanda “se i matti escono dai manicomi, chi li prende in carico?”, B risponde “quando la donna si libererà, chi la prenderà in carico?”. => B postula una nuova situazione, una nuova dinamica, un nuovo modo di affrontare il problema.

Nella psichiatria tradizionale la comunicazione è qualcosa da decifrare. Basaglia non tenta di interpretare i significati, ma di vivere la comunicazione e di creare le condizioni perché questo potesse avvenire: o etichetto una persona in sindromi psichiatriche, oppure considero cosa vuole questa persona e per farlo devo vedere quanto conta per me e che rapporto di potere ho con lei.
Es: Un paziente che entra in un bar e paga esercita un potere contrattuale che gli dà la possibilità di entrare in rapporto con l’altro.
Per la mancanza di potere contrattuale politico alla persona disturbata sono impediti proprio quei rapporti sociali che costituiscono l’obiettivo.
L’oppressione dell’internato è dovuta proprio al fatto di non partecipare al sapere del tecnico.

Impedire la razionalizzazione dell’emarginazione, mantenendo un’attenzione viscerale a ciò che rende tutti nel complesso vitali: gradualmente insieme all’internato cominciamo ad affrontare tutto quello che comprendiamo sull’oppressione perdendo finalmente il nostro privilegio e il nostro ruolo di produttori di ideologie.
Proprio quando scatta il momento della pratica reale, viene fuori chi vuole privilegio e chi lo rifiuta.

Il lavoro è di un gruppo che si prende carico di un determinato problema, dunque non ha senso che il critico ‘puro’ parli di errori individuali.
. “Errore” cambia significato: l’essenziale è considerare se in ogni momento le scelte che facevamo stavano o meno dalla parte degli oppressi.
. “Curare” implica che l’altro possa esprimersi anche in rottura (es: che si ubriachi).
. Troviamo la nostra identità nella vitalità degli altri, e allora passiamo dalla loro parte.

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Aiuto



Un uomo giace sul ciglio della strada lacero, passa un altro uomo e lo aiuta, perché lo fa?

E se non lo fa, perchè non lo fa?
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Colori e emozioni


Per la maggior parte degli italiani il giallo è gioioso, il rosso eccitazione, l'azzurro serenità, il verde rilassamento.

E perchè mai?

P. Neruda: "hai pensato di che colore è l'Aprile degli ammalati?"
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Come fai a sapere di amare qualcuno?

C'è stato un periodo della mia vita in cui ho fatto spesso questa domanda. Andavo dagli amici e a tu per tu glielo chiedevo.
Questo era il dialogo tipico:
- "Lo so perchè lo so"
- "come fai a saperlo? Come fai ad esserne sicuro?"
- "lo sento, amo, lo sento"
- "come, dove, senti? Cosa esattamente senti? Come fai a sapere che ami Maria? Da cosa te ne accorgi? Come sai che lo sai per certo?"

Insistevo, volevo capire cosa rende certi di amare qualcuno.
E dopo aver chiesto tanto, mi rispondevano cose tipo "sento il cuore che batte forte, un senso di mancamento, mi tremano le gambe, qualcosa che ti toglie il respiro, un vuoto pesante allo somaco, un tremore, tipo un terrore di fondo, uno stordimento,...".
Più ascoltavo cosa fosse questo amare, e più capivo che non era affatto gradevole e desiderabile. In effetti quello che descrivevano era innamoramento, nulla a che vedere con l'amare.

Io conosco il voler bene, è il coltivare il desiderio che le persone a cui voglio bene stiano bene secondo i loro criteri, nella speranza di poterli condividere, cosicchè questo desiderio dia forma alle mie attenzioni e io possa godermi lo spettacolo del loro benessere sentendomene anche partecipe.

In un libro, una neweggiata, un esercizio cominciava chiedendo di immaginare una persona che ci ama. Era solo l'inizio dell'esercizio, dato per ovvio, e poi avrei dovuto proseguire. Ma mi sono fermata lì perchè non sapevo individuare una persona che mi ama.
Non i miei cari genitori. Loro proveranno certo un sacco di sentimenti verso di me, alcuni sono anche gradevoli da ricevere, ma mi sembrano insoddisfacenti in confronto ad un sano voler bene, figurati rispetto all'amare.
Per tutti quelli che avevo intervistato "amare" è di più che voler bene.
Avevo provato a individuare chi mi ama nella nonna o nella zia Irma, che mi accompagnano spesso nel mio dialogo interno, ma loro non vivono, non vale.
Non potevano essere neppure i miei fratelli o i miei amici, è già tanto se a volte ci ascoltiamo senza collusione.

Così, ancora non sapendo cosa fosse "amare", ho fatto un'ipotesi: amare non è affatto un sentimento, ma una disponibilità immediata a preservare la vita di chi amo, e il suo significato di libertà.
So che amo qualcuno se desidero che sia libero e trovi le sue vie per esserlo.

Bè, se fosse così io amo Margherita, mia figlia, credo abbastanza bene.
E poi tutti gli altri, seppur molto meno immediatamente.
Se fosse così, una persona da cui mi posso sentire amata è Aldo Busi, che non conosco. Credo di poter credere che Busi mi ama non perchè ama me, ma per come ho l'impressione che lui ami.

A questo punto, trovato il mio Busi, l'esercizio mi aveva soddisfatto, e non ho più pensato a proseguirlo.

Ma mi chiedo ancora, è questo "amare"? E anche se ne sono abbastanza convinta, mi rimane una domanda: perchè abbiamo bisogno di questa parola e non ci facciamo bastare "rispettare"?
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Il drago che aveva paura dei camini


Questa è la storia che ci raccontava la mamma e che io ho raccontato a Margherita, mia figlia, così come l’ho capita.

C’era una volta un drago che terrorizzava il paese vicino a cui viveva. Ogni tanto scendeva per le strade e si mangiava qualcuno, o anche solo lo mordeva portandosi via qualche pezzo, un braccio, o una gamba.

La gente del paese aveva tentato in tutti i modi di ucciderlo.

Avevano chiamato un gruppo di bravissimi arceri. Questi riuscivano a colpirlo, ma le frecce non penetravano nella spessa pelle del drago, rimanevano infilzate penzoloni, dandogli fastidio, ma non riuscendo ad ucciderlo. Immaginati il fastidio di una freccia penzoloni nella pelle, così puoi capire quanto arrabbiato e ancora più feroce diventasse il drago.

Poi avevano chiamato un gruppo di fucilieri. Le loro pallottole rimbalzavano sulla pelle del drago, non riuscivano ad ucciderlo, al massimo lo graffiavano un po’, e lui si arrabbiava sempre di più.

Erano tutti disperati, soprattutto il sindaco, non sapevano come riuscire ad uccidere il drago. Per loro il problema era questo: “come ucciderlo” e non sapevano come fare. Non si rendevano conto che il problema era piuttosto come difendersi o come evitare di farsi fare male.

Un giorno Dimitri, che aveva 8 anni, andò dal sindaco a proporgli il proprio aiuto “io so come fare”. Il sindaco era incredulo, nessuno, neppure gli adulti, neppure gli adulti esperti in ammazzamenti, sapevano come fare, e avevano paura. Dimitri invece era tranquillo, e diceva di sapere come fare.

Il sindaco pensava che Dimitri fosse ‘solo un bambino’, dunque incapace, o illuso. Non aveva intenzione di perdere tempo ad ascoltarlo, e poi aveva paura che con le sue follie Dimitri potesse farsi male.

Il nonno di Dimitri era con lui, e diceva “ma in effetti abbiamo una bella idea, potrebbe funzionare, posso aiutare io Dimitri”. Il sindaco allora ascoltò l’idea, e anche se temeva per l’incolumità di Dimitri e del nonno decise di appoggiarli, tanto, pensava, senza tentare sarebbero morti tutti lo stesso.

Dimitri e il nonno allora si misero a costruire una casa di mattoni. Con un enorme camino. Quando la casa fu finita, Dimitri salì sul tetto e cominciò ad urlare “drago! Tu hai paura dei camini!” , “draaaago! Tu hai paura dei camiiiini!”. Per un po’ di volte.

Ad un certo punto il drago, stufo di questa frase poco sensata urlò a sua volta (con il vocione) “non ho paura dei camini io, sono il drago, e non temo certo i camini!”. Al che Dimitri gli disse “e allora, se non hai paura, salta dentro il camino di questa casa, fammi vedere se sei capace!”. Il drago minacciò “domani, vedrai”.

L’indomani Dimitri, salito sul tetto della casa ricominciò ad urlargli “drago! Tu hai paura dei camini!”. Temeva che il drago si fosse ritirato dalla promessa di saltar dentro il camino. “Drago! Tu hai paura dei camini!”. Temeva anche che mantenesse la promessa “draaaago! Tu hai paura dei camiiiiini!”.

Ad un certo punto, “PUM PUM PUM”, Dimitri sentì i passi del drago che si avvicinava, si capiva che era arrabbiatissimo, grugniva “non ho paura io!”, e poi saltò con un boato nel camino.

In quel esatto momento il nonno, che era dentro la casa, chiuse veloce veloce la rete che era attaccata sotto il camino così da catturare il drago come in un sacco. Fatto!

Il drago era stupefatto, ma si mise a ridere con il vocione terrificante “credi forse di avermi catturato? Ha! Ha! Io posso sputare fuoco!!!”. Ma quando stava per farlo Dimitri rovesciò un barile d’acqua sul suo muso, e il drago, non potendo più sputare fuoco, si accorse che non poteva liberarsi della rete.

A questo punto bisognava tirare fuori il drago dalla casa. Ma come si poteva visto che la porta era più piccola del drago?

A Dimitri venne un’altra idea. Salì sul tetto, e dal camino stavolta rovesciò un barile di pepe, giù verso il drago, e scappò via.

Il drago cominciò a stropicciarsi il naso, a sbattere le cilia, a respirare strano, e poi a trattenere il fiato, e poi ad aver voglia di starnutire, “e- …e-…” … fino a quando “e-ciùuuu!” starnutì e la casa di mattoni crollò.

Adesso il drago era fuori casa, sempre chiuso nella rete. Era un po’ ammaccato, e anche raffreddato. Così intrappolato, non faceva più tanta paura alle persone del paese.

Erano lì tutti intorno. A deriderlo, ora che lo vedevano indifeso. A punzecchiarlo, ora che non ne avevano più paura.

Volevano ucciderlo, e subito, per non pensarci più. Per fare come se non esistesse.

Festeggiavano, furiosi “uccidiamolo! Uccidiamolo!”

Dimitri guardava il drago.

Il nonno guardava Dimitri che guardava il drago. Gli mise una mano sulla spalla, e stettero lì.

Dimitri parlò, e questa volta lo ascoltarono subito “ho un’idea: e se invece di ucciderlo lo mandassimo nello zoo della capitale? Saranno contenti di averlo lì, non ci potrà più far male, e noi ci saremo risparmiati di ucciderlo”.

Ci fu dibattito: quelli che volevano che il drago fosse ucciso non si decidevano a ucciderlo loro, di persona, e poi si convinsero che l’idea dello zoo non era tanto male.

Così il drago partì, caricato su un camion fatto di tre camion messi insieme.

Nello zoo fu accolto come meravigliosa rarità. Da tutti i paesi della regione arrivavano visitatori e lo zoo prosperava, famoso.

Ma con il passare del tempo i visitatori cominciarono a scarseggiare, ormai tutti avevano visto il drago, non era più una novità, e gli introiti diminuirono. Il drago però continuava a mangiare moltissimo: ogni giorno un camion di pane, baguette, rosette, filoni, e poi latte, tantissimo, barili e barili, tipo 30, e poi verdura fresca, frutta, patate, riso, pasta…

Allo zoo non sapevano come fare a mantenerlo. Resistettero un po’ ma poi cominciarono a prendere in considerazione l’idea di ucciderlo, o di lasciarlo morire di fame.

I figli del gestore dello zoo però avevano un’altra idea. A loro spiaceva che il drago morisse così. Perciò proposero di insegnare al drago a diventare buono “se diventerà buono, non avremo più la necessità di ucciderlo”.

Poteva essere una buona idea, ma come fare?

Qualcuno aveva sentito dire che in Cina c’erano persone sagge capaci di parlare la lingua dei draghi, decisero di chiedere loro aiuto.

Invitarono in città due grandi saggi, e spiegarono loro tutta la storia: il drago che aggredisce, il paese terrorizzato, i tentativi falliti di ucciderlo, la cattura, la vita nello zoo …

I saggi erano vestiti con vestiti normali in Cina, leggeri e semplici.

Si sedettero su una panchina davanti alla gabbia del drago e cominciarono a parlare fra loro nella lingua dei draghi.

Si raccontarono storie divertenti in cui qualcuno, per esempio un lupo o un serpente velenoso, cambiavano la loro vita, da triste, bastonata, solitaria, a allegra e in divertimento con gli altri. Parlavano con calma, e ridevano, soddisfatti.

Ogni giorno si sedevano sulla panchina a raccontarsi una storia. Una volta raccontarono anche la storia del lupo di Gubbio, con cui Francesco fece pace, perché i Cinesi conoscono molte storie di tutto il mondo.

Raccontavano del piacere di andare d’accordo, di ascoltarsi, di vivere insieme in pace.

Il drago ascoltava, e ascoltava, e vagamente pensava. Si commuoveva, sperava e si divertiva.

Un giorno, dopo tanti racconti, il drago si rivolse ai due saggi “signori, scusate se vi interrompo, vi ho ascoltato per tanti giorni, ho pensato e immaginato, e ora avrei una domanda da farvi: secondo voi, posso diventare buono anche io?”.

I due saggi si guardarono e si sorrisero, e dissero, questa volta proprio rivolti al drago “se vuoi essere buono, vale a dire se ti importa di star bene con gli altri e se ti importa di goderti la pace, allora sei già buono, devi solo stare attento a non fare male a nessuno”.

Si guardarono negli occhi, erano tutti contenti.

I saggi andarono subito dal direttore dello zoo a dare la buona notizia. Incominciarono i festeggiamenti. Tutti, i visitatori, il direttore, i figli, i lavoratori dello zoo, tutti, fecero un grande pic nic, aprirono la gabbia e festeggiarono coccolandosi il drago.

Il drago era felice di essere libero, per questo decise di tornare al suo paese. Mangiò un po’, poi salutò ciascuno e li lasciò fra musiche e canti a festeggiare.

Tutti si sentivano talmente leggeri che si erano dimenticati di avvisare la gente del paese che il drago stava tornando.

Così successe che quando il drago arrivò in paese, quando, “PUM PUM PUM”, da lontano si sentirono i suoi passi spaventosi, prima increduli e subito dopo terrorizzati, tutti i paesani scapparono urlando “presto! Chiudetevi in casa! Il drago è tornato! Presto! Aiuto, aiuto!”.

Il terrore era tornato.

Ognuno era chiuso in casa, al buio, anche le persiane erano chiuse per non vedere nulla.

Solo Dimitri, da dietro le persiane sbirciava. Giù nella piazza vedeva il drago che spiegava “gente, lo so che prima ho fatto del male, ma non lo sapevo. Non so come rimediare. Ero triste, e non lo sapevo. Ero arrabbiato e credevo fosse tutta colpa vostra, ché mi volevate morto. Ero solo, e cieco, per questo ero cattivo.
Per piacere, credetemi, adesso ho capito. Per piacere, credetemi, non vi farò male, adoro la pace!”.

Nessuno gli credeva. Lui parlava con il suo solito vocione, e loro si tappavano le orecchie perché avevano molta paura.

Dimitri, che ricordava di quando lo aveva guardato in faccia, da lontano, da sopra il tetto e di fianco al grande camino, invece ascoltava.

Lo vedeva triste, solo, disperato e speranzoso. E scese giù, nella piazza.

Si avvicinò al drago. Il drago lasciò che Dimitri salisse a cavalcioni sulle sue scaglie, e si misero a giocare. Allegri.

La gente pian piano si accorse che le voci e i rumori erano cambiati. Cominciarono a sbirciare anche loro fra i legni delle persiane, e videro Dimitri saltare e ridere sul drago. Anche il drago rideva, con il suo vocione, che adesso non faceva solo paura.

Così la piazza si riempì via via di gente che diceva “eccomi” ed era contenta di esserci.

Con i giorni seguenti si organizzarono bene. Il drago trasportava, tenendoli sulle sue scaglie, pacchi di mattoni su su per la collina. Sarebbe stato un lavoro quasi impossibile senza il suo aiuto, valeva certo di essere ripagato con camionate di baguette e latte.

Faceva da autobus trasportando le persone sedute in fila sulla sua schiena, e si dava da fare con altri lavoretti. Poi la sera cantava insieme a tutti.

Un giorno morì. Fu seppellito nella terra, vicino ad una lapide che raccontava la storia della sua vita con il paese.

Diceva la mamma che sul terreno dove il drago era stato seppellito nacquero alcuni grandi cardi, a ricordo delle sue scaglie.
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Sono io, me


Osservavo il processo di me e mi sono resa conto che l’unica cosa di cui mi posso accorgere è questo, che poi è vuoto (e che non è nulla).

Ecco perché non ha senso sopprimere l’accorgermi nel tentativo di negare il dolore di giudicarmi male perchè mi so vulnerabile.

Tanto vale osservare il processo di me accorgendomi subito e mantenendo la consapevolezza della vulnerabilità, che peraltro non contiene dolore.
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Senso di colpa


La vera colpa è quella di non essere se stessi.

Mentre la falsa colpa è quella che si avverte quando non si riesce ad essere quello che gli altri dicono che dovremmo essere o sostengono che siamo.

Circolo vizioso: crimine, senso di colpa, bisogno di assoluzione, militanza al servizio di un ideale, altro bisogno di assoluzione, doppio attaccamento all’ideale … Così la vita si logora: la stima prende il posto dell’amicizia, l’umiliazione il posto del rispetto, l’obbedienza il posto della partecipazione, la costrizione il posto della fratellanza, l’entusiasmo il posto del sentimento, urla e sussurri il posto del discorso, sospetto il posto del dubbio, repressione invece che nostalgia, macerazione invece che riflessione, tradimento invece che congedo, immortalità invece che vita. (Amos Oz “La scatola nera” Feltrinelli 2002).

Il senso di colpa è un risentimento contro se stessi che catalizza l’attenzione ostacolando la responsabilità.

Un modo per ritrovare responsabilità dopo una colpa é risarcire e dire la verità.

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Lutto


Gran parte del dolore del lutto è legato alla frustrazione degli impulsi che erano diventati abitudini e alla difficoltà di creare nuove risposte ai vecchi impulsi, nuove abitudini.

Con il tempo i pensieri del lutto restano ma cambia il loro rapporto con gli altri pensieri.

Chi coltiva un lutto patologico continua a porre la persona mancata al centro del suo complesso di fini ed aspettative, e questo paralizza la sua vita.

Esercizio:
1. elencare i pensieri (immagini, suoni, sensazioni) in cui l’altro appare centrale nella propria vita
2. dalle proprie spalle (occhi larghi) osservare cos'altro è ora centrale
3. accorgersi quando si è in 1 e spostarsi in 2

A volte ne scaturisce una sorta di crisi di identità: la disputa fra il riconoscimento e il diniego dell’importanza della perdita avvenuta, tra riconoscimento e rifiuto di quanto è avvenuto.

N.B. a volte ci impediamo di spostarci da 1 a 2 a causa di un giudizio negativo su di noi per aver trovato un diverso centro.

Cosa penseresti di te se non provassi dolore?
Cosa vorresti pensare di te?
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Come posso distinguere il danzatore dalla danza?


Come posso distinguere il danzatore dalla danza?

Cosa ne deduco? Continua...

Collera


La collera mantiene la relazione ricordandone l’esigenza e gli obblighi, riaffermandone l'importanza e le attese che ne conseguono.

La collera si rivolge a un altro come sè stesso, non lo nega come nella rabbia.

Quando ormai la collera ci appare inutile e decidiamo di abbandonarla, spesso ci intristiamo, è la tristezza per la scelta di abbandonare la relazione a causa del fallimento della mia proposta di cambiamento della relazione.
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Emozioni e adesione ai valori collettivi


Le emozioni sono modi di definire e negoziare le relazioni con se stessi e con gli altri.

Le emozioni implicano giudizi delle condotte e delle relazioni, dunque servono a conservare i sistemi socioculturali in un ordine morale di credenze e di valori.

Siccome l'emozione esprime la valutazione morale in un pensiero incarnato ha la forza dell’automatismo.

Il contagio emozionale è un apprendimento a essere con un altro, ossia un altro regolatore del sé.
Supporre che qualcuno provi un’emozione è farlo entrare nell’area relazionale “come se” provasse davero l’emozione proposta, il che gli permette di acquisire ciò che gli è attribuito.

L’emozioni non sono semplici reazioni, ma disposizioni che coltiviamo.
La possibilità di emozionarsi a comando, per esempio imitando qualcuno, mostra come l’emozione non sia una semplice reazione, ma un modo di interpretare il nostro rapporto con il mondo e di impegnarci in questo rapporto.
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