1 VIVERE SENZA OFFENDERSI: CORSO LIBERO PER USARE BENE LE EMOZIONI

Eccovi un corso a puntate per imparare a riconoscere bene come fate ad offendervi

Vi divertirete ad accorgervi di quanto siete efficaci e veloci ad offendervi profondamente.

A che scopo riconoscere i meccanismi dell'offendersi?
Per stare bene, per essere più liberi potenti e responsabili. Se vi sembra troppo è perché non lo avete ancora fatto. link testimonianze

Di fatto se saprete riconoscere bene come fate ad offendervi, saprete riconoscere via via ogni altra emozione, e finalmente saprete usarla per quel che è importante per voi invece che tentare di soffocarla, controllarla, gestirla o negarla.

Come funziona il corso?
  • puoi fare gli esercizi senza chiederti come mai li stai facendo, tanto lo capirai comunque dopo
  • puoi leggere i post da questo link a questo link se preferisci approfondirne subito il senso.
  • puoi approfondire insieme ad altre persone via facebook qui, raccontare esempi e leggere quelli di altri
  • puoi contattarmi per domande e per mandarmi i tuoi esercizi svolti emma@emmarc.it e 339-33.74.065 E SU FB E SU BLOG
    Continua...

    2 ATTENZIONE, non pensiero positivo



    Premessa importante
    Questo non è un corso di think positive, non punteremo a sostituire un pensiero orrendo con uno rosa. 
    E' un lavoro sull'attenzione, su come osserviamo, non su quel che vediamo.


    Impareremo a liberare l'attenzione.


    Considera l'attenzione come il fascio di luce di una torcia elettrica, dovunque lo punti puoi vedere. Ovunque lo sposti illumini, pertanto potresti illuderti di illuminare tutto, ma di fatto stai illuminando solo lì dove stai puntando il fascio di luce.


    Per esempio: che sensazione provi in questo momento alla tua chiappa destra? 
    Per rispondere (anzi, ancora prima, nel capire la domanda) sposti il tuo fascio di luce in modo da illuminare la tua chiappa destra e accorgerti della sensazione che provi lì. 
    La sensazione era presente anche prima che la illuminassi, ma te ne accorgi nel momento in cui la illumini con la tua attenzione.


    Ora cominciamo ad osservare, cominciamo a puntare la torcia:
    • Come ti accorgi di esserti offeso?
    • Come fai esattamente ad offenderti? 





    Continua...

    3 COME SI FA AD OFFENDERSI?


    Ormai ci offendiamo con grande velocità, offenderci ci viene automatico e può apparirci un tutt'uno, un blocco indistinto, qualcosa che ci capita e non qualcosa che facciamo. 

    Ma offendersi non è un'operazione né naturale né semplice, è un processo complesso che implica un lungo addestramento.


    Se tu volessi spiegare ad un bimbo marziano come offendersi, cosa gli diresti esattamente?

    Cosa deve osservare, cosa credere, in quale relazione deve porsi con l'interlocutore, cosa deve temere, cosa valutare... per riuscire ad offendersi tanto?


    Continua...

    4 OSSERVARE L'OFFESA: LA SENSAZIONE FISICA

    Ricorda una volta in cui ti sei offeso.

    Se non ti viene in mente una volta in cui ti sei offeso eccoti una ricetta per offenderti profondamente:
    1. prendi una persona a cui vuoi bene o che è importante per te (un amico, un genitore, un capo)
    2. dagli autorità in modo che i suoi pareri diventino commenti su di te
    3. supponi che dia un giudizio negativo su di te rispetto a qualcosa che pensi determini il tuo valore e la tua identità 
    4. devi pensare che sia lui ad offenderti, perciò devi evitare di accorgerti di come tutto avvenga fra te e i tuoi pensieri  
    Adesso di tutto questo processo mi interessa che tu punti l'attenzione sulla sensazione fisica dell'offendersi:
    • in quale parte del corpo senti la sensazione di offesa?
    • quanto è grande?
    • a cosa assomiglia?
    • come si modifica?

    Continua...

    5 OSSERVARE I PENSIERI DELL'OFFESA

    Insieme alla sensazione fisica dell'offesa ti venivano pensieri

    I pensieri danno significato alla sensazione e la acuiscono, la sensazione suscita i pensieri che specificano la sensazione.

    Cosa ti dicevi? 
    Con quale tono? 
    Cosa ti immaginavi?

    Ti accorgi che pensieri e sensazione sono collegati?
    Continua...

    6 TE LO DICO IO VEDIAMO SE TI RICONOSCI

    Ti descrivo la dinamica dell'offendersi, seguila facendo riferimento ad una specifica volta in cui ti sei offeso. 

    Inutile cercare di capire in generale.
    Questa descrizione serve ad osservare.






    1 Puoi certamente spostare il tuo fascio di luce...














     2 ... ma è bene che tu ti accorga che quando ti offendi la tua attenzione (il tuo fascio di luce) rimane catturata all'interno di un'area. Questo è Il punto centrale del corso










    3 Con la tua attenzione catturata in questa area ti dividi in due

    - da una parte ti immedesimi nell'idea di come dovresti essere da qui in avanti. E' un'immagine che ha a che vedere con il futuro

    - dall'altra ti immedesimi nell'idea di come temi di essere stato. E' un'immagine che ha a che vedere con il passato

    • Ti accorgi che quella volta in cui ti sei offeso stavi confrontando due immagini? 
    • ti accorgi che per tutto il tempo in cui ti stavi offendendo, rimbalzando tra il passato e il futuro, ti stavi perdendo il presente perdendoti quel che ti succedeva lì dov'eri in quel momento?






    4 Con la paura di essere escluso e non amabile confronti queste immagini nel tentativo di farle corrispondere.

    Il giudizio su di te emerge con il dialogo interno che commenta le due immagini.




    • Cosa ti dicevi esattamente? Con quali parole? Con quale tono? 
    • Parlavi forse di giusto/sbagliato, di vero/falso o di ragione/torto? Oppure ne facevi una quetione di principio, cercavi il colpevole, ti giustificavi... Cos'altro?





    5 Se affermi con te stesso che corrispondi all'idea di come dovresti essere, quando ti offendi reagisci con RABBIA.
      

    • Quella volta lì, quella dell'episodio specifico a cui stai pensando, ti sei arrabbiato?










    6 Se invece pensi di corrispondere all'immagine di come temi di essere stato reagisci con TRISTEZZA.

    • ti sei intristito quella volta? 













     
    7 Spesso per contenere la rabbia ti deprimi (confondendo per realtà l'immagine di come temi di essere stato).

    E spesso per uscire dalla tristezza ti dai una botta di rabbia (affermando di corrispondere a come credi di dover essere).

    Rabbia e tristezza sono due aspetti dello stesso gioco di immedesimazione, si specificano a vicenda nel confronto e spesso si alternano sempre più velocemete fino a portarti al PANICO e/o alla DEPRESSIONE.
    • Ti ripetevi più volte le stesse frasi? Riconosci nella ripetizione una sorta di ossessione più o meno lunga e intensa?





    8 Immedesimarsi nel futuro è molto utile per pianificare, come immedesimarsi nel passato lo è per apprendere

    Perciò non ti sto dicendo di non farti immagini, ma solo di non confonderle con la realtà in modo da mantenerti presente.

    Questo significa utilizzare i tuoi pensieri invece che tentare di cambiarli o di sfuggirli.  

    Per pianificare fai qualche salto nel futuro, ti immedesimi e raccogli le inform-azioni che ti servono per dare risposta ai tuoi veri bisogni.

    Per apprendere fai qualche salto nel passato e raccogli  le inform-azioni che ti servono per proteggerti da quel che temi.






    9 Se smetti di confonderli con la realtà, i pensieri (che sono ricchi di inform-azioni) diventano utili per dare forma alle azioni volte a soddisfare i tuoi bisogni e a proteggerti da quel che temi.








    Quando esplori i tuoi pensieri per mantenerti presente puoi tener d'occhio: 
      • i tuoi veri bisogni
      • ciò che temi
      • il nesso fra ciò che fai e ciò che ottieni
      • i tuoi pensieri senza confonderli con la realtà 


      10  Ti sei accorto che quando stai male tendi a fare affermazioni e agisci in modo da confermare i tuoi giudizi e le tue presunzioni? 
      Ti sei accorto che quando invece sei responsabile (capace di rispondere alla realtà) ti mantieni curioso, fai domande relative alle tue ipotesi?

       
       
       
      11
      Ti sei accorto che quando stai male, inseguendo immagini, sei in uno stato di dipendenza dal perfezionismo e che non sei mai soddisfatto?
      Ti sei accorto che quando tieni d'occhio i tuoi bisogni puoi dare forma responsabile alle tue azioni individuando per essi una misura di quanto basta a te?
       
       
       
       
       
       
       
       
       SPECIFICA CHE OGNI PROBLEMA è SOTTESO DA OFFESA, IN PRIMIS PER AFFRONTARLO LIBERARE L'ATTENZIONE, FARE ESEMPI
       
    •  Come ti giudicavi?
    • Che sensazioni provavi?
    • Come reagivi alle tue sensazioni?
    • Cosa ottenevi con quelle reazioni?

      • Autorità (premi punizioni)
      • restringimento del fascio di luce (perdita posizione percettiva che permette di valutare il nesso fra quel che si fa e quel che si ottiene)
      • immedesimazione (trasformazione di sè in oggetti valutabili)
      • timore di non essere amabili (misconoscimento del nostro amare)
       
       
      Continua...

      7 L'ATTENZIONE NELL'OFFENDERSI

      Questo è il punto centrale di questo corso.

      Quando ci offendiamo siamo completamente distratti da quel che conta per noi. Per questo siamo estremamente manipolabili. (link chi si offende è prepotente)

      La nostra attenzione si sposta continuamente su e giù dall'immagine di come dovremmo essere a quella che rappresenta come temiamo di essere stati

      Cerchiamo gratificazione (e sfuggiamo punizioni) adeguandoci a queste immagini, ecco perchè è facile manipolarci.

      E' importante che tu ti accorga che per il tempo in cui rimani offeso sei cieco (metafora stretta) ai tuoi veri bisogni e pertanto non sei più capace di soddisfarli responsabilmente.





      Continua...

      8 LA TRAPPOLA DELL'AUTOSTIMA

      Mi sono spiegata?

      E' chiaro ora che nessuno ti offende e che sei tu a farlo ?  
      (dividendoti, confrontandoti, attribuendo autorità, incastrandoti in un gioco di potere, immedesimandoti in immagini...)

      Insomma, qualcuno dirà o farà una certa cosa, ma sei tu che ti offendi.



      Ora puoi riconoscere una trappola manipolatoria tremenda: l'autostima.
      Quando ci sentiamo male il sistema consigliato dal think positive è di stimarci di più, quello di sostituire il giudizio negativo su di noi con uno positivo. Ti consigliano per esempio di affermare allo specchio "io sono bello, mi accetto, sono un vincente".

      Ti intrappolano con domande tipo "sei come vuoi essere?", e nel rispondere assumiamo automaticamente i suoi presupposti impliciti: devi essere qualcuno, se vuoi puoi, puoi sapere come sei, puoi cambiarti, essere diversi da come si è è desiderabile, insomma, ci illude della libertà di scegliere come essere mentre ci toglie quella di essere come siamo.

      E' un invito ad autoffendersi, a dimostrare di essere come pensiamo di dover essere e intanto che ci alieniamo da quel che siamo.

      Che orrore! E' un sistema per prendersi un po' di droga autoprodotta! 
      Siamo indotti all'assuefazione e alla dipendenza. 
      E saremo complici nel chiedere di manipolarci di più per procurarci una droga che non ci basterà mai.

      Per smettere di offendersi non bisogna imparare a giudicarsi meglio o  cambiare il giudizio, bisogna proprio smettere di giudicarsi. E' chiaro?
      Continua...

      9 NON HA SENSO GIUDICARTI


      Cosa ti succede di terribile se smetti di giudicarti?
      Vuoi migliorare te stesso? 
      Non diciamo minchiate e smetti di fare il sadomaso.


      Se ti chiedi "chi sono?" ti accorgi di non essere un oggetto, di non poter essere definito, e che qualsiasi tentativo di giudicarti ti trasforma in oggetto.


      Puoi giudicare se il tuo agire soddisfa i tuoi veri bisogni, ma non te stesso.

      Puoi migliorare il tuo modo di soddisfare i tuoi bisogni, ma non te stesso.


       Per non crearti ostacoli a modificare i tuoi comportamenti in funzione di quel che conta per te, renditi conto che:
      • non sei quel che pensi di te nè il tuo comportamento né i risultati che ottieni
      • non sei neppure la tua buona intenzione: la buona intenzione (in cui capita di immedesimarsi, altra trappola tremenda) non garantisce che il comportamento sia adatto ad ottenere quel che si vuole, perciò fai attenzione a ciò che ottieni e modula il comportamento osservando le conseguenze di quel che fai
      • ogni tuo bisogno è definito da una misura di quanto ti basta, il tuo "abbastanza" (link), puoi liberarti del perfetto o della credenza che di più significhi meglio 
      Fai un elenco dei tuoi bisogni e definisci un livello di abbastanza per ciascuno.



      Continua...

      10 PERCHE' NON VOGLIAMO SMETTERE DI OFFENDERCI?


      Ti sei accorto ormai che per ofendrerti fai molto velocemente e in automatico una complessa operazione: ti giudichi dividendoti in due immedesimandoti in immagini accuratamente costruite nel tempo con la paura di essere escluso

      Nel farlo perdi di vista quel che è per te importante: non vedi i tuoi bisogni e il nesso fra ciò che fai e ciò che ottieni, e prendi i tuoi pensieri per realtà.

      Chiaro che ne consegue un gran senso di impotenza, paura, scoramento ecc. che ti fa un gran male. E allora,  perché continui ad offenderti?

      Perché ti droghi, ecco la risposta. 
      Hai solo da accorgerti che continui cercare di ottenere quel che detesti.



      Eccoti una lista di vantaggi perversi nel mantenere lo stato di offesa, leggila  (facendo riferimento ad un tuo specifico episodio) per riconoscere il tuo godimento tossico.

      • ti senti superiore, giusto, nella ragione, accusi, ti giustifichi, cerchi il colpevole del tuo star male, ne fai una questione di principio, ti senti vittima, credi di sapere quello che gli altri pensano, fai il processo alle intenzioni, ti immedesimi nelle tue buone intenzioni, ti immedesimi nella conformità del tuo comportamento, presumi di sapere già, parli di vero/falso e di giusto/sbagliato, non distingui i fatti dai significati che attribuisci loro... e cos'altro?
      Insomma, ecco la forma del circolo tossico dell'offesa: ti ammiri in quanto soffri, e per poter continuare ad ammirarti mantieni la tua condizione di impotenza con la credenza che qualcun altro sia responsabile del tuo star male. 

      Quando sei tossico di offesa, nelle relazioni vai a caccia di collusione, di chi accetta e di chi ti dà le tue dosi di droga accogliendo e nutrendo il tuo vittimismo.
      E' una danza macabra, se osservi bene ti accorgi che chi è offeso invita gli altri ad offendersi comunicandogli implicitamente di essere valutabile, non amabile incondizionatamente e identificato con il comportamento o i risultati che ottiene.

      E poi il disastro: la conformità diventa la misura della tua sicurezza, il tuo sistema per ottenere premi e sfuggire punizioni, e questa sicurezza diventa la tua unica soddisfazione. 
      Sei ormai tossico di sicurezza, non crei fiducia.

      E a quel punto sei nel gioco oppresso/oppressore: non punti a liberarti con la responsabilità di riconoscere e soddisfare i tuoi bisogni, ma punti a prenderti la tua dose punendo chi non si conforma, chi non si opprime come fai tu con te.
      Preferirai avere a che fare con persone che ti premiano proprio per la tua alienazione in un circolo di inviti reciproci ad alienarsi per ... che cosa? per non sentire il dolore dell'alienarti ti alieni per non sentire il dolore dell'alienarti ti alieni...

      E pensa che basterebbe accorgersi, farsi presente, rispondere. Ti verrebbe spontaneo se solo non perdessi di vista i tuoi veri bisogni.



      Continua...

      11 COSA SUCCEDE CON GLI ALTRI QUANDO CI OFFENDIAMO



      Quando sei tossico di offesa, nelle relazioni vai a caccia di collusione, di chi accetta e di chi ti dà le tue dosi di droga accogliendo e nutrendo il tuo senso di superiorità in quanto vittima.

      E' una danza macabra, se osservi bene ti accorgi che chi è offeso invita gli altri ad offendersi comunicandogli implicitamente di essere valutabile, non amabile incondizionatamente e identificato con il comportamento o i risultati che ottiene.

      E poi il disastro: la conformità diventa la misura della tua sicurezza, il tuo sistema per ottenere premi e sfuggire punizioni, e questa sicurezza diventa la tua unica soddisfazione. 
      Sei ormai tossico di sicurezza, non crei fiducia.

      E a quel punto sei nel gioco oppresso/oppressore: non punti a liberarti con la responsabilità di riconoscere e soddisfare i tuoi bisogni, ma punti a prenderti la tua dose punendo chi non si conforma, chi non si opprime come fai tu con te.
      Preferirai avere a che fare con persone che ti premiano proprio per la tua alienazione in un circolo di inviti reciproci ad alienarsi per ... che cosa? per non sentire il dolore dell'alienarti ti alieni per non sentire il dolore dell'alienarti ti alieni per non sentire il dolore...

      E pensare che basta non perdere di vista i propri veri bisogni per accorgersi, farsi presente, rispondere e fare tutto un altro gioco.
      Continua...

      12 IMMEDESIMARSI E LIBERARE L'ATTENZIONE


      Quando ti offendi ti immedesimi nei tuoi pensieri come al cinema ti immedesimi nel film: reagisci ai pensieri come se fossero realtà.

      Cosa fai esattamente per immedesimarti? 

      Quando entri nella sala del cinema sei ancora presente a te stesso, ti guardi in giro e rimani contattabile per chi ti sta intorno. 

      Poi ti disponi ad immedesimarti: 
      • cerchi un posto comodo, è comodo un posto in cui non ricevi stimoli cui devi adattarti
      • cerchi una via libera fra le teste di chi ti sta davanti per poter guardare il film ignorandole
      • via via si impone il silenzio dei presenti perchè si possa escludere dalla coscienza la loro presenza e non si debba rispondere loro
      • le luci si spengono e rimane solo lo stretto fascio di luce dello schermo che tu guardi come se fosse l'intera realtà cui rispondere 
      Eccoti immedesimato, con un passaggio digitale, totale, 0-1, o sei immedesimato o sei presente.
      Puoi passare dallo stato presente a quello di immedesimazione anche molte volte e anche velocemente, ma o sei immedesimato e reagisci al film, o sei presente e rispondi alla realtà. 

      Nessuna gradualità dunque. E se ci accorgiamo bene di questo siamo a cavallo!

      Sì, perché vuol dire aver trovato una via per osservare i pensieri senza rimanere intrappolati nell'immedesimazione.
      Si tratta di recuperare una posizione percettiva:
      • puoi riallargare il fascio di luce fino a vedere con la coda degli occhi che ci sei
      • puoi ascoltare i rumori, suoni, parole, vicini e lontani e riappropriarti del posto nella vastità che stai considerando
      • puoi stare seduto sul tuo sedere e dentro le tue spalle accorgendoti dello spazio che occupi
      Questo mi è difficile da spiegare per post, molto più facile sarebbe farlo in tua presenza: ti accorgeresti di fatto, senza tante parole e ragionamenti, del cambio immediato di postura e della propriocezione, della percezione di te stesso.
      Parlo proprio della percezione di te stesso lì dove sei adesso, non di giudizi, opinioni o altre idee di te stesso.

      Immedesimarsi è strautile per raccogliere informazioni per pianificare e per imparare. Sapersi immedesimare è molto importante, altrimenti addio empatia.
      Il punto è saper tornare presenti, non rimanere intrappolati nei pensieri confondendoli con la realtà.

      Siamo molto lontani da think positive: lo scopo non è modificare i pensieri ma riconoscerne la natura di pensiero e non confonderli con la realtà, così da  poterli utilizzare.

      Fai questa prova: datti qualche secondo fra un passaggio e l'altro
      1. pensa a un episodio specifico collegato ad emozioni sgradevoli (qualsiasi siano: rabbia, dispiacere, paura, disgusto, tristezza, gelosia, delusione...)
      2. dove provi nel corpo l'emozione?
      3. quanto forte la provi (vota da 1 a 10)?
      Se la tua emozione è abbastanza forte (diciamo almeno 5) ti accorgerai che ti stai rappresentando mentalmente un film in cui ti immedesimi restringendo ad esso la tua attenzione.
      Il tuo fascio di luce si restringe e, come al cinema, perdi di vista tutto ciò che non ne è illluminato, fino a non considerarne la presenza.
       Ti accorgerai anche che se invece pensi a quello stesso episodio osservando ciò che ti sta intorno (come se al cinema mentre il film viene proiettato ti mettessi ad osservare la gente, i sedili ...) diminuisce l'intensità della sensazione dell'emozione.


      Continua...

      13 ESERCIZIO RIASSUNTIVO

      Segui passo passo questo esercizio 
      http://coachingemozionale.blogspot.it/2008/07/esercizio-per-la-trasformazione.html

      Questo esercizio ti è utile ad allenare la tua posizione percettiva di ri-spetto, quella in cui osservi e ri-osservi e continui ad osservare e basta, senza saltare a giudicare per prenderti una dose.

      Quel che conta, nello svolgere l'esercizio, è che tu ti renda conto che astenerti dal giudizio e mantenerti curioso al paesaggio mentale altrui è gradevole

      Per questo è importante che alla fine dell'esercizio tu ti domandi "come mi sarei sentito se avessi posto questa domanda?" e poi che tu ti accorga dove esattamente nel corpo senti gradevolezza.

      Dopo qualche volta che ti eserciti, diciamo anche meno di una decina di volte, il tuo corpo, che è più intelligente di te, perseguirà quella gradevolezza al posto della droga a cui lo avevi abituato. 

      CI SIAMO, ORA SE TI OFFENDI VUOL DIRE CHE SEI PROPRIO SCEMO

      qui per commentare 
      Continua...

      A COSA SERVE IL COACHING EMOZIONALE

      Il Coaching Emozionale è un modo per modificare il sistema con cui creiamo e manteniamo i problemi con noi stessi e con gli altri.
      L'obiettivo è di riconoscere i presupposti delle nostre emozioni per poter scegliere responsabilmente il nostro comportamento.

      Grazie al Coaching Emozionale, in un numero limitato di incontri, è possibile:
      - superare la timidezza, la gelosia, la rabbia, il senso di inadeguatezza, di colpa, il timore del giudizio altrui...
      - superare le paure di ogni tipo (es: della gente, di volare in aereo, dei ragni, di parlare in pubblico, ansia degli esami…)
      - affrontare la depressione
      - affrontare i lutti, le separazioni, il mobbing…
      - aumentare la capacità di concentrarsi e di studiare
      - acquisire un corretto comportamento alimentare
      - gestire lo stress, imparare a rilassarsi
      - risolvere i conflitti personali e interpersonali
      - affrontare i disturbi psicosomatici
      - liberarsi del condizionamento del proprio passato
      - modificare i comportamenti indesiderati
      - migliorare i rapporti familiari e in genere interpersonali
      Continua...

      COME FUNZIONA IL COACHING EMOZIONALE

      Il Coaching Emozionale permette di sciogliere in breve tempo i problemi e i disagi perché modifica il sistema comunicativo e di creazione dei significati che crea e mantiene i problemi.

      L’intervento di Coaching Emozionale esplicita i processi comunicativi e di creazione di significato e li modifica agendo su pochi punti-chiave del problema affrontato.

      Accade, anche piuttosto spesso, che uno o due incontri siano già risolutivi per gran parte degli aspetti del problema.
      In questi casi la soluzione raggiunta può apparire in seguito banale come un trucco svelato: spesso si trattava di rimuovere un ostacolo prima invisibile, un automatismo che rende ciechi, uno schema difensivo.

      Qui di seguito delineo un processo-tipo di Coaching Emozionale giusto per darvi un’idea, ma voi sapete che può variare:
      - In genere il primo incontro prende avvio dalla definizione del problema in termini di disagio per giungere a definirlo nei termini dell'obiettivo da raggiungere.
      - Seguono di solito da 1 a 4 incontri, che consistono essenzialmente in colloqui, alla conclusione dei quali si è invitati a seguire un programma di esercitazioni (spesso brevissime, di pochi istanti o minuti) centrato sui fulcri comunicativi generatori del problema o del disagio. Si viene guidati nelle esercitazioni modificando il programma in funzione dei risultati.
      - L'ultima fase è di supervisione, ha lo scopo di consolidare ed estendere i primi miglioramenti trasformando la risoluzione del problema in apprendimento.
      Continua...

      volo


      Mauro racconta: alla mia ennesima domanda preoccupata del fatto che mia figlia Valeria fosse davvero convinta a provare il volo in parapendio, lei mi disse: ”papa’ in fondo questo e’ solo il mio primo volo senza finestrino”

      . Continua...

      LE TRANCES NEL DISCORSO AMOROSO


      Ecco alcuni appunti dai FRAMMENTI DI UN DISCORSO AMOROSO di Roland Barthes riordinati secondo trances diverse: quando l'attenzione è a stare bene, quando si sta male, quando si rischia di stare peggio.
      Si parte con l'accorgersi della follia-malattia dell'innamorato
      .

      L'innamorato non smette mai di correre con la mente e di intrigare contro se stesso.
      Il suo discorso è fatto a vampate di linguaggio causate da circostanze infime, aleatorie, che gli fanno cogliere la struttura ricostruendone l'ampiezza.
      Ciò che il single invidia alla coppia è la struttura, che anche se non dà la felicità é 'abitabile' (=ci si sta dentro per dare continuità al sistema anche se la si critica).
      La solitudine dell'innamorato è la solitudine per cui è da solo a fare sistema.

      Il cuore dell'innamorato è pieno di cattivi sentimenti, il suo amore non è generoso.

      L'innamorato è 'come' pazzo, la sua follia è metaforica, egli non è davvero pazzo in quanto può dire di esserlo.
      L'innamorto vive in uno stato di doppia trance: vive contemporaneamente due mondi/contesti immaginari senza riuscire ad appartenere completamente a nessuno di essi.

      QUANDO SI STA BENE: LE TRANCES GRADEVOLI


      Per prima cosa amiamo un quadro, l'oggetto amato in un contesto che lo consacra.
      Ciò che colpisce è una persona intenta ad un lavoro che non bada a me.
      Io sorprendo l'altro nel suo contesto e proprio per questo l'altro sorprende me, io non mi aspettavo di sorprenderlo.

      Abbraccio: in questo incesto ritrovato tutto rimane sospeso: il tempo, la legge, la proibizione, niente si esaurisce, niente si desidera, tutti i desideri sembrano definitivamente appagati.
      Tuttavia in quell'abbraccio infantile il genitale si fa sentire rimettendo in marcia la logica del desiderio.

      Esiste un freddo speciale dell'innamorato, la freddolosità del cucciolo che ha bisogno del calore materno.

      Non c'è solo bisogno di tenerezza, ma anche quello di essere tenero con l'altro.
      Il gesto tenero dice: chiedimi qualunque cosa che possa sopire il tuo corpo, e non dimenticare che ti desidero un po', leggermente, senza volere immediatamente ghermire alcunché.

      Adorabile: tautologia (adoro in quanto è adorabile) che serve a stordirmi con la sua affermazione.

      Quando sento che tutto ciò che faccio ha un senso, questo senso è la finalità inafferrabile che consiste nella coscienza della mia forza.

      La magia scaramantica: es: osservo le foglie, se una sta per cadere trema con lei tutto il mio essere, con lei cadrebbe la mia speranza.
      Io non sono dialettico, la dialettica direbbe che comunque la foglia cadrà poi , ma intanto io sarò cambiato e non mi porro più la domanda.
      L'innamorato tenta di decifrare i segni, e lo fa perfettamente, ma non sa fermarsi su una certa decifrazione e viene preso in un ciclo perpetuo.

      Continuamente invitato a definire l'oggetto amato, e soffrendo a causa del dissacramento di questa condizione, il soggetto amoroso sogna una saggezza che gli farebbe accettare l'altro così com'è, esente da ogni aggettivo. (Detesta che un altro definisca a parole il suo amato 'solo io innamorato lo conosco, lo faccio esistere nella sua verità, visto che solo con l'altro mi sento me stesso').
      Ama l'altro non per le sue qualità contabilizzate, ma per la sua esistenza (con impulso mistico: amo non ciò che è ma in quanto è), in questo modo gli sembra di poter desiderare di meno l'altro e di goderne di più.

      QUANDO SI STA MALE: se si fa resistenza al no-trance-state, se si definiscono male i confini, se si vive impazienti in un altroquando, se pensieri creano paure.

      L'alterazione dell'immagine dell'altro si ha quando ho vergogna per l'altro, il che fa sentire minacciosamente un mondo completamente diverso che è poi il mondo dell'altro.

      Vi sono dei momenti in cui si ha bisogno di sentirsi dire che il crollo temuto è già avvenuto "non essere più angosciato, tu l'hai già perduto".

      Quando si vive il mondo come rivale in quanto obbliga a spartire l'attenzione dell'oggetto amato che si occupa d'altro da noi cancellando la relazione duale esclusiva.

      Senso di colpa di essere forte, di avere padronanza nel mondo dei non innamorati.
      Es: non me ne vado prima che il treno su cui c'è l'oggetto d'amore sia partito anche se è inutile che io resti qui -> costrizione simbolica.

      Senso di abbandono quando l'altro sta male, essendo egli infelice di per sé, senza di me.

      La ricerca di appagamento (come se la giusta misura fosse 'non mai abbastanza') porta a cumulare un troppo -> Margherita: 'ti voglio troppo bene, ma non voglio togliere questo troppo'.
      La coreografia della frustrazione è la presenza, in cui l'oggetto d'amore è qui ma seguita a mancarmi, non ne sono sazio.

      Attesa: tutto ciò che circonda l'attesa dell'innamorato è de-reale, gli altri, che non aspettano, vivono un'altra realtà.
      - All'assente io faccio continuamente il discorso della sua assenza (rendendolo presente come allocutore). "Se fosse qui potrei rimproverargli di non essere qui".
      - 'Far aspettare' è prerogativa di qualsiasi potere.
      Con la sensazione di de-realtà si subisce una doppia perdita (e un doppio senso di inadattamento): sono escluso e ciò da cui sono escluso non mi fa invidia.
      Subisco il mondo come un sistema di potere: gli altri sono maleducati in quanto mi impongono il loro sistema di essere = gli altri vivono in uno stato di pienezza mentre io no e pertanto non posso avere rapporto con il mondo-potere (e come averne se non ne sono né lo schiavo, né il complice, né il testimone).
      Ogni tanto la sensazione si rovescia 'cosa diavolo sto facendo qui?' e ad apparire de-reale è l'amore.

      La fascinazione, anche per l'amato, non è altro che il punto estremo del distacco.

      COME STARE PEGGIO QUANDO SI STA MALE

      Nel lutto amoroso si soffrono due infelicità contrapposte: soffro che l'altro sia presente e soffro per il fatto che sia morto come mio oggetto d'amore.
      - Soffro rifiutando il timore che questo oggetto perda di significato.
      - Nel lutto il dolore è la perdita del linguaggio amoroso.
      Piangendo voglio impressionare qualcuno e spingerlo alla commiserazione. Questo qualcuno è spesso l'altro ma posso essere anche io.
      Mi scelgo una parte: io sono quello che piange. Recito questa parte davanti a me stesso ed essa mi fa piangere (sono Il teatro di me stesso).
      Mi faccio piangere per provare a me stesso che il mio dolore è un'illusione (le lacrime sono allora dei segni e non delle espressioni).
      Attraverso le lacrime racconto una storia e do vita a un mito del dolore e da quel momento mi uniformo ad esso.

      Dissolvenza: 'Sto per lasciarti' dice ad ogni istante la voce al telefono.
      Non si conosce la voce dell'essere amato se non quando essa è morta, ricordandola.

      Si è sempre gelosi di due persone contemporaneamente: di chi amo e di chi lo ama.
      L'odiosamato (il 'rivale') è anche amato da me, m'interessa, mi incuriosisce, mi affascina.
      Come geloso soffro 4 volte perché:
      - sono geloso, mi sento escluso
      - mi rimprovero di esserlo, mi sento pazzo
      - temo che la mia gelosia finisca per ferire l'altro, mi sento aggressivo
      - mi lascio soggiogare da una banalità, mi sento come tutti gli altri

      Pensando ad una via d'uscita da una situazione che 'non può continuare così' semplicemente dimentico ciò che invece bisognerebbe sacrificare: la mia follia (che per sua essenza non può essere sacrificata da chi se la porta).
      Tutte le soluzioni che riesco a immaginare sono interne al sistema.

      I DISCORSI

      Nell'istante in cui sento una frase 'riuscita' nella quale credo di scoprire l'esatta espressione di una verità (focusing) questa frase diventa una formula che ripeto in proporzione del grado di acquietamento che essa mi da.

      Non si può scrivere-dire senza tradire un po' la propria 'sincerità': facendolo si sacrifica un po' dell'immaginario per acquisire un po' di reale.
      Il linguaggio è insieme troppo (per l'illimitata espansione dell'io e per la sommersione emotiva) e troppo poco (per i codici entro cui viene costretto).

      Dedica: non potendo donare niente dedico la dedica nella quale si condensa tutto ciò che ho da dire l'indicibile), è un messaggio vuoto, interamente racchiuso nel suo indirizzo, colpisce in quanto è muto.

      Passato il momento della prima confessione 'ti amo' non vuol dire più niente.
      La parola-frase non è metafora di niente, non porta informazione al di fuori del suo proferimento (non ha un magazzino di significato) è il risultato di una performance: il desiderio non è né represso né riconosciuto, semplicemente goduto, il godimento non si dice ma parla dicendo 'ti amo'.

      Con le dichiarazioni voglio carpire all'altro la formula del suo sentimento, ma una cosa, anche se detta, è molto provvisoriamente vera.

      La passione è fatta per essere vista, se la si vuole nascondere bisogna che il nascondere si veda 'sappiate che vi sto nascondendo qualcosa' mettendo una maschera sulla passione ma indicandola con un dito discreto e scaltro.
      Voglio provocare la domanda 'ma che cos'hai?' per fare compassione e al contempo destare ammirazione, per essere bambino e adulto contemporaneamente.

      Il malumore non è altro che un messaggio (ricattatorio?), non c'è nessuno che lo sopporti da solo senza distruggere la gioia intorno a sé.
      Si sente che qualcosa manca, i quattro stati di incompletezza codificati Zen sono la solitudine, la tristezza che deriva dall'incredibile naturalità delle cose, il sentimento della stranezza, la nostalgia.


      GLI STRUMENTI

      Se penso di amare chi non mi ama, posso accorgermi che non è lui che amo, altrimenti amerei il non amarmi.

      Accettare le ingiustizie della comunicazione, continuare a parlare con leggerezza e tenerezza senza esigere risposta.

      Vagare: benché ogni amore sia vissuto come unico e benché si respinga l'idea di ripeterlo altrove in futuro, a volte il soggetto coglie una specie di diffusione del desiderio amoroso: esso allora capisce di essere destinato a vagare da un amore all'altro.
      E' come se attraverso l'amore si accedesse ad un'altra logica (l'assoluto non è più costretto ad essere unico), ad un altro tempo (vivo degli istanti verticali) a un'altra musica (un suono in sé musicale, senza memoria).

      Il non-voler prendere (Nvp) è un succedaneo rovesciato del suicidio: non uccidersi per amore vuol dire prendere la decisione di non appropriarsi dell'altro.
      Come? Lasciando che il desiderio circoli in me non opponendomi al mondo sensoriale ma addossandogli la mia verità che è di amare assolutamente, e collocandomi da qualche parte fuori dal linguaggio (per rompere con sistema dell'immaginario) e semplicemente sedermi (l'erba cresce da sola).
      'Ti amo' si trasforma i 'mi trattengo dall'innamorarmi', o meglio staccarsi dall'essere innamorati e amare, dominare il desiderio per non dominare l'altro.
      (Attenzione a non fare del Nvp una mossa tattica o un gonfiamento dell'ego).
      C'è del desiderio nell'amare, ma questo è deviato, si orienta verso una sessualità diffusa, una sensualità generalizzata.

      Se un soggetto innamorato si racconta in una 'storia' d'amore, conciò stesso si riconcilia con la società da cui si escludeva.
      . Continua...

      A volte i figli ci mostrano, da stranieri, come abitare il nostro spazio.
      Margherita, cinquenne, afferma "non puoi odiare qualcuno perchè è come volerlo in un altro mondo, ma tu sei nel mondo".. Continua...

      Madonna!




      Margherita, quattrenne, vede in un giardinetto una piccola grotta di cemento con una madonnina.

      E' affascinata "guarda!!!" mi dice indicandola.

      Io le spiego "quella stautina rappresenta la mamma di Gesù, la chiamano Maria, oppure Madonna".

      Al chè Margherita ride, si batte sulla fronte e mi dice "che ridere, si chiama come uno spavento!!!"

      Continua...

      Cos'è che mi fa sopportare il formicolio del braccio se ci si è accoccolato il gatto?


      Sono sdraiata sul divano, il braccio schiacciato mi comincia a formicolare forte, anzi, fa proprio male. Però sto lì, immobile, attenta a non spostare il gatto che ci si è accoccolato sopra.

      Ora voglio osservare bene.
      Non basta dirmi che ho piacere che il gatto stia accoccolato lì.

      Voglio capire di che sostanza sia fatta la mia volontà di stare ferma per non spostare il gatto.
      Deve essere una sostanza grossa, perché il male è forte e questa lo controbilancia benissimo.

      Quando il crescendo del dolore raggiunge la sua soglia finalmente mi muovo. Il gatto mugola e si sposta. E io? Cosa c'era nell'istante prima che adesso non c'è più?
      Continua...