LA NATURA DEL TEMPO

Humberto Maturana 27 Nov 1995

Non desidero affrontare tutti gli ambiti in cui entra la parola “tempo” come se questa si riferisse a un aspetto evidente del mondo o dei mondi in cui noi umani viviamo.
In verità proprio il fatto che il tempo può essere un tema di riflessione ci dimostra che ciò che la parola “tempo” connota cambia a seconda delle circostanze in cui viene utilizzata.
Questa situazione da sola, tuttavia, non sarebbe un problema perché, se avessimo accettato che il contesto definisce sempre il significato della parola, ci inviterebbe a riflessioni approfondite. Ma non lo facciamo, e ci chiediamo “che cosa è il tempo?” come pensando che la parola “tempo”, pur non avendone afferrato l’essenza finale, si riferisca a qualche entità indipendente o dimensione della natura che potrebbe essere correttamente svelata o descritta se ci impegnassimo abbastanza duramente.
Comunque ritengo che la domanda “che cosa è il tempo?” sia congrua perché implica fin dal principio l'opinione che il tempo possa essere correttamente trattato come una sorta di entità indipendente o dimensione della natura. E ritengo che tale visione sia completamente inadeguata perché penso che tutto ciò di cui noi esseri umani parliamo siano relazioni che emergono nel nostro operare nel linguaggio come ambito chiuso di coordinamenti consensuali ricorsive di comportamenti.
Consentitemi di spiegare quello che intendo con alcune parole sulla vita, il linguaggio e la conoscenza e quindi di rispondere alla domanda “quali distinzioni facciamo o evochiamo quando parliamo di tempo?”.

VIVERE

Il vivere ha luogo nell'adesso, nel momento in cui avviene. Il vivere è una dinamica che scompare mentre si svolge. Il vivere si svolge nel non-tempo, senza passato o futuro. Passato, presente e futuro sono idee che noi esseri umani, noi osservatori, inventiamo quando spieghiamo i nostri accadimenti nell'adesso.
Inventiamo il passato come l'origine dell'ora, del presente, e inventiamo il futuro come una dimensione che emerge come estrapolazione delle caratteristiche del nostro vivere ora, nel presente.
Come il passato, il presente e il futuro, sono invenzioni per spiegare la nostra vita ora, il tempo è inventato come sfondo in cui passato, presente e futuro possano svolgersi.
Ma la vita, il vivere, si svolge ora, come flusso di processi di cambiamento.
Dire questo, naturalmente, è un modo di spiegare l'esperienza dell'essere ora nel momento in cui ci troviamo mentre chiediamo spiegazione della nostra vita, del tempo...

LINGUAGGIO

Ho sostenuto, e penso illustrato in altre pubblicazioni, che il linguaggio è un modo di fluire nel vivere insieme in coordinamenti consensuali di comportamento ricorsivi, e che linguaggiare consiste nell'operare in una rete di coordinamenti consensuali di coordinamenti consensuali di comportamenti, in una dinamica relazionale di coordinamenti consensuali di comportamenti strutturalmente aperta a infinite ricursioni.
Inoltre noi siamo, come sistemi viventi, sistemi strutturalmente determinati e nulla di esterno a noi può determinare o specificare cosa accade in noi. Pertanto gli agenti esterni che in qualsiasi istante ci colpiscono possano solo innescare in noi cambiamenti strutturali determinati in noi dalla nostra struttura in quell' istante. Di conseguenza, tutto ciò che facciamo in qualsiasi istante emerge in noi determinata dalla nostra struttura in quell'istante o come risultato della nostra interna dinamica strutturale chiusa, oppure come risultato della modulazione di tale dinamica strutturale interna attivata in noi dalle interazioni che partecipiamo.
In queste circostanze dovremmo dire che siamo costituzionalmente "ciechi" alle caratteristiche intrinseche dell’ambiente come realtà indipendente, se parlare delle caratteristiche intrinseche di una realtà indipendente avesse alcun senso.
Questa situazione ha le seguenti conseguenze fondamentali per la comprensione di ciò che facciamo e di ciò che accade in noi come esseri linguaggianti.

a) Il linguaggio come modalità di fluire in coordinamenti ricorsive consensuali di comportamento, è un modo di vivere nei coordinamenti del fare, non un modo di simbolizzare le caratteristiche di una realtà indipendente. Cioè linguaggiare è una maniera di vivere facendo le cose insieme nel particolare dominio del fare consensuale in cui il linguaggio si sviluppa attraverso il flusso delle interazioni dei partecipanti.
Noi esseri umani esistiamo nel linguaggio, e quando linguaggiamo non possiamo dire nulla al di fuori del linguaggio.

b) Il modo in cui partecipiamo al flusso del linguaggio in qualsiasi istante emerge come risultato delle nostre interazioni in quell’istante conformemente alla nostra struttura in quell’istante. Così ciò che facciamo nel linguaggio in qualsiasi momento è determinato dalla nostra struttura in quel momento, indipendentemente dal modo in cui siamo diventati con tale struttura in quel momento.

c) Il risultato principale delle nostre interazioni ricorsive nel linguaggio è che la nostra struttura cambia in modo condizionato dal corso del nostro linguaggiare nel flusso di quelle interazioni. Cioè noi acquisiamo la nostra struttura momento dopo momento conformemente al corso del nostro linguaggiare, e linguaggiamo momento dopo momento conformemente alla nostra struttura in quel momento.

d) Noi esseri umani esistiamo nel linguaggio; cioè noi siamo il tipo di esseri che siamo quando operiamo nel linguaggio e emergiamo nel nostro linguaggiare nel flusso dei nostri ricorsivi coordinamenti consensuali di ricorsivi coordinamenti consensuali di comportamento. O, in altre parole, noi esistiamo nella dinamiche chiusa del linguaggiare e tutto ciò che facciamo come esseri umani si svolge nel nostro linguaggiare come un flusso di consensuali coordinamenti di consensuali coordinamenti di comportamento.
Così tutto ciò che diciamo o possiamo dire, tutto ciò che noi possiamo distinguere quando facciamo ciò che facciamo come osservatori (come esseri umani linguaggianti), ha luogo come un'operazione all’interno di coordinamenti consensuali di comportamenti senza fare alcun riferimento a qualsiasi cosa al di fuori del nostro linguaggiare. Sia che agiamo come comuni esseri umani, filosofi, biologi, artisti o qualsiasi altra cosa, nello stesso.

e) Gli oggetti nascono con il linguaggio come consensuali coordinamenti di comportamenti che coordinano i comportamenti.
Come coordinamenti consensuali di comportamenti, i coordinamenti dei comportamenti che costituiscono gli oggetti operano come simboli di coordinamenti di comportamenti e come tali occultano i comportamenti che coordinano.
Inoltre, nel coordinamento ricorsivo consensuale dei coordinamenti consensuali del comportamento del flusso del linguaggio, molte proprietà degli oggetti emergono come differenti generi di operazioni nei coordinamenti del comportamento diventati simboli di coordinamenti del fare in diversi ambiti di coordinamenti consensuali del fare.

f) Idee, concetti, nozioni,... costituiscono domini degli oggetti che emergono come astrazioni da altre proprietà di oggetti, e danno luogo a proprietà di coordinamenti del fare che definiscono o che sono definiti attraverso di essi. Come i diversi tipi di oggetti corrispondono a diverse operazioni di coordinamenti di comportamenti, gli oggetti astratti (idee, concetti, nozioni) costituiscono le basi per i sistemi astratti che portano i coordinamenti di comportamenti nel dominio di coordinamenti consensuali dei comportamenti di cui essi sono astrazioni.

Nella nostra cultura viviamo la nostra esistenza nel linguaggio come se il linguaggio fosse un sistema simbolico per riferirsi a entità di diversi tipo che esistono indipendentemente da ciò che facciamo, e trattiamo anche noi stessi come se esistessimo al di fuori del linguaggio come entità indipendenti che utilizzano il linguaggio. Tempo, materia, energia,... sarebbero alcune di queste entità. Tale atteggiamento ci induce a comportarci come se potessimo caratterizzare tali entità nei termini della loro natura indipendente intrinseca. Io sostengo che questo non possa essere fatto perché appena diciamo qualcosa l'effetto che produciamo ha luogo in un dominio linguistico come un'operazione in coordinamenti ricorsivi consensuali di comportamento.

COGNIZIONE

La principale conseguenza della nostra esistenza nel linguaggio è che non possiamo parlare di ciò che è al di fuori di esso, nemmeno immaginare qualcosa al di fuori del linguaggio in modo abbia qualche senso al di fuori di esso. Possiamo immaginare qualcosa come se esistesse al di fuori del linguaggio, ma appena tentiamo di fare riferimento ad esso, esso emerge nel linguaggio caratterizzato dagli elementi, concetti e nozioni che emergono attraverso ciò che facciamo nel nostro linguaggiare.
Non esiste nulla nella vita dell'uomo al di fuori del linguaggio perché la vita umana si svolge nel linguaggio, e anche se noi possiamo immaginare una realtà indipendente, obiettiva, quello che immaginiamo non è indipendente dal nostro linguaggiare. Infatti, appena riflettiamo su questa questione diventa evidente che la nozione di realtà è un'assunzione esplicativa che noi umani abbiamo inventato per spiegare che cosa distinguiamo come nostre esperienze negli accadimenti della nostra vita come se essa esistesse indipendentemente da ciò che facciamo.

Mi riferisco a questa situazione dicendo che se anche noi possiamo affermare che una realtà indipendente sembra necessaria per motivi epistemologici per spiegare le esperienze umane, non possiamo dire nulla su di essa. Nemmeno la nozione di una realtà indipendente ha alcun senso al di fuori del linguaggio e se un tale concetto fosse adottato sarebbe irrilevante, o sarebbe utilizzato come un principio esplicativo a priori. Ma allo stesso tempo, è evidente che non avere accesso a qualcosa che potrebbe correttamente essere chiamato una realtà indipendente non è una limitazione per la nostra vita o per il nostro fare poiché nulla di ciò che facciamo nel flusso del coordinamento consensuale di comportamenti in cui esistiamo richiede il concetto o la supposizione che c'è una realtà indipendente. Realtà, la nozione di realtà, è un'assunzione esplicativa adottata come un principio esplicativo preso come auto evidente. Se una persona non è consapevole di questo, come accade nella nostra cultura, o se non vuole seguire pienamente le implicazioni di tale consapevolezza, come accade nei vari rami della nostra tradizione filosofica occidentale, tratterà la nozione di realtà come se si riferisse a un dominio di entità indipendenti (di qualsiasi tipo) che esiste in modo indipendente da ciò che fa l'osservatore.

Eppure, se comprendiamo il linguaggio nella consapevolezza che come sistemi viventi siamo sistemi dalla struttura determinata e scegliamo di seguire le conseguenze di tale consapevolezza, possiamo diventare consapevoli di diverse condizioni di base che altrimenti non vediamo.

a) Quando ci rendiamo conto che la realtà è un concetto esplicativo o una assunzione, noi abbandoniamo la credenza in essa come un dominio di entità che esistono indipendentemente da ciò che un osservatore fa e diventiamo consapevoli del fatto che ciò che effettivamente facciamo quando spieghiamo le nostre esperienze è utilizzare le nostre esperienze per spiegare le nostre esperienze.
Cioè diventiamo consapevoli che quando spieghiamo utilizziamo la coerenze delle nostre esperienze per proporre un meccanismo (un meccanismo generativo) che, se autorizzato ad operare, genererebbe nell'osservatore l'esperienza di essere spiegato.

b) Diventiamo consapevoli del fatto che ci sono tanti ambiti di spiegazioni quanti ambiti di coerenze esperenziali che noi umani possiamo vivere. Allo stesso tempo, diventiamo consapevoli che la nozione di determinismo strutturale si riferisce alle regolarità delle coerenze delle nostre esperienze, e che noi operiamo nella nostra vita in tanti ambiti di determinismo strutturale quanti ambiti di coerenze esperenziali che viviamo nel flusso delle nostre esperienze.

c) Diventiamo consapevoli che non sperimentiamo le cose come caratteristiche di un mondo indipendente, ma, come ho detto sopra, quello che distinguiamo come accadente a noi mentre operiamo nel linguaggio avendo cura di ciò che ci accade quando viviamo. Allo stesso tempo diventiamo consapevoli che quando le esperienze ci accadono, ci accadono fuori dal nulla, da nessun dove, o con l’agio di viverle come parte di un dominio conosciuto di coerenze esperenziali, oppure sorprendendoci perché sembrano aver luogo fuori dalla coerenza delle altre esperienze conosciute.
In quest’ultimo caso vogliamo spiegarle e le spiegheremo facendo di tali esperienze parte di un ambito già noto di esperienze, altrimenti resteremo spaventati fino a quando non lo avremo fatto.

d) Quando diventiamo consapevoli che ci troviamo già a vivere ciò che distinguiamo come accadente a noi, noi lo distinguiamo, e questa nostra esperienza emerge dal nulla, ci accorgiamo di come spieghiamo la nostra esperienza con le coerenze delle nostre esperienze. Cioè diventiamo consapevoli che tutte le nostre spiegazioni hanno luogo in un dominio chiuso, e che la realtà e gli altri concetti esplicativi sono assunzioni a priori che non hanno luogo fuori dagli ambiti esplicativi in cui esistiamo come esseri parlanti.

e) Diventiamo consapevoli che la nozione di determinismo strutturale non è un’assunzione rispetto ad una realtà indipendente, ma che è un’astrazione delle regolarità della nostra esperienza. Inoltre diventiamo consapevoli che poiché il determinismo strutturale è un’astrazione delle regolarità della nostra esperienza noi possiamo usare il determinismo strutturale per spiegare le nostre esperienze con le coerenze delle nostre esperienze.
Infine diventiamo anche consapevoli che viviamo tanti domini di determinismo strutturale quanti domini di coerenze esperenziali, e ogni dominio esplicativo è di fatto un dominio di determinismo strutturale.

In queste circostanze, cos’è “conoscere”? Da quel che ho detto, conoscere non può riferirsi ad una realtà indipendente dal momento che è qualcosa che noi come esseri linguaggianti non possiamo fare.
Eppure se badiamo a quel che facciamo nella vita quotidiana e tecnica, noteremo che affermiamo di conoscere, o che altri esseri conoscono, quando vediamo che noi o altri esseri si comportano adeguatamente in qualche ambito che noi specifichiamo con un argomento, e lo fanno in accordo con alcuni criteri che noi poniamo per cosa sia un comportamento adeguato in quell’ambito. La conoscenza è una relazione interpersonale nell’ambito di coordinamenti consensuali di coordinamenti consensuali di comportamenti.
O, in altre parole, la conoscenza è qualcosa che attribuiamo a noi o ad altri quando consideriamo adeguato il nostro o l’altrui comportamento in un ambito specifico, e spesso attribuiamo la conoscenza per fare qualcosa insieme in alcuni ambiti di coordinamenti di comportamenti. Se non siamo consapevoli di questa situazione, agiamo trattando la conoscenza come una maniera di riferirsi a entità che si assume esistano realmente, cioè in un ambito di entità che esistono indipendentemente da quello che noi esseri umani facciamo. In queste circostanze la ricerca della conoscenza diventa una ricerca senza fine della cosa in sé.

Questa conoscenza non è, e non può essere, una maniera di riferirsi ad un dominio di entità che esistono con indipendenza da quello che gli umani come esseri linguaggianti fanno, non è una limitazione o un’insufficienza nel dominio della conoscenza, è una caratteristica costitutiva del fenomeno della conoscenza.
Infatti questa conoscenza dovrebbe essere una maniera di vivere insieme in coordinamenti consensuali di coordinamenti consensuali di comportamenti, in una condizione che fa della conoscenza un dominio sempre aperto alle trasformazioni, e la vita umana aperta a continue trasformazioni attraverso la conoscenza come esperienze emerse nella vita umana dal nulla (chaos).
In queste circostanze, cosa dire sul tempo?


LA NATURA DEL TEMPO


Noi apparteniamo ad una cultura, soprattutto e particolarmente nei domini della scienza della filosofia e della tecnologia, che vive nell’esplicita o implicita accettazione di un qualche genere di realtà indipendente come ultimo riferimento per tutte le spiegazioni.
Questo atteggiamento permea il nostro modo di porre domande e di ascoltare le risposte.
Così nella nostra cultura quando domandiamo cos’è il tempo, ci aspettiamo una risposta nella forma di un riferimento a qualche tipo di entità indipendente, con l’implicito intendimento che tale riferimento darà validità universale alla nostra risposta.
Secondo quanto ho detto nessun riferimento può essere fatto, e non a causa di una limitazione nella nostra capacità di conoscere, ma come caratteristica della natura del fenomeno della cognizione.

Perciò ciò che noi connotiamo con la parola tempo non può essere una cosa in sé.
Nella nostra cultura la nozione di tempo è usata come nozione esplicativa o principio nello stesso modo in cui viene usata il concetto di realtà.
Ma se noi siamo consapevoli di questa situazione e se siamo consapevoli che la parola tempo non può essere riferita a un’ entità che esiste indipendentemente da ciò che facciamo, dobbiamo porre la nostra domanda in modo diverso da come noi la poniamo quando nella vita quotidiana o tecnica usiamo la parola tempo. Quali caratteristiche di coerenza delle nostre esperienze connotiamo o astraiamo quanto utilizziamo la parola tempo?
a) Noi usiamo l’esperienza per spiegare l’esperienza. Spiegare il tempo, perciò, è un’operazione che dovrò eseguire attraverso l’elemento del dominio delle nostre esperienze. Di conseguenza dovrò utilizzare le caratteristiche della nostra esperienza quotidiana, e non nozioni esterne ad essa, per spigare o descrivere ciò che io penso che facciamo quando usiamo la parola tempo. L’esperienza è la nostra condizione di partenza sia per porre la domanda sia per rispondere. Così dovrò partire dal trovare noi stessi che facciamo qualcosa e dalla capacità di fare tutto quello che noi facciamo quotidianamente o nella vita tecnica.
L’esperienza non è il nostro problema quando vogliamo spiegare quello che facciamo, spiegare questo è il nostro compito.
Similmente il problema non è l’uso della parola tempo o qualsiasi altra parola nella vita quotidiana, ma spiegare o svelare quello che facciamo quando le usiamo, o come noi le viviamo.

b) Io sostengo che la parola tempo connoti un’astrazione dell’accadere di processi in sequenze come noi li distinguiamo nelle coerenze delle nostre esperienze. Come noi distinguiamo le sequenze di processi, così distinguiamo anche la simultaneità di processi come una caratteristica delle nostre coerenze esperienziali che connotiamo con l’espressione “nello stesso tempo”. Una tale astrazione è resa possibile soprattutto poiché nell’attività del nostro sistema nervoso le sequenze di attività sono distinte come configurazione di relazioni di attività sulla superficie delle cellule nervose al momento della generazione degli impulsi nervosi. Come risultato quello che dalla prospettiva di un osservatore è un’operazione nel tempo, nella distinzione del tempo come un’astrazione di un processo appare come un’operazione nel presente.

c) Al momento dell’astrazione della relazione sequenziale che da origine a quella distinzione che chiamiamo tempo, il tempo emerge nell’ esperienza dell’osservatore con direzionalità ed irreversibilità. Perfino nel caso in cui noi distinguiamo processi ciclicamente reversibili, noi facciamo questa distinzione nel contesto di irreversibilità direzionale del tempo che permette la distinzione della sequenza processuale e il suo inverso come configurazione di un processo che noi chiamiamo tempo reversibile. Così il tempo reversibile è un’astrazione di una particolare esperienza irreversibile e direzionale.

d) Una volta che il tempo è emerso come una distinzione nel dominio delle esperienze di un osservatore diventa un’entità operativa che nella nostra cultura appare come se avesse indipendenza da ciò che l’osservatore fa. E questo avviene poiché una volta che il tempo è emerso può essere usato dall’osservatore (da ciascuno di noi in quanto esseri linguaggianti) nella sua riflessione sulle regolarità delle sue esperienze proprio perché emerge come un’astrazione delle regolarità delle sue esperienze.
Con la nozione di tempo, perciò, succede la stessa cosa che con la nozione di determinismo strutturale che è anch’essa un’ astrazione dalle regolarità delle esperienze dell’osservatore, che può essere utilizzata per trattare di regolarità delle coerenze dell’osservatore proprio perché esso emerge come un’astrazione di esse.

e) Ritengo che quanto ho detto sia valido per ogni dominio compreso, ovviamente, la fisica. Il dominio della fisica emerge come un dominio esplicativo di alcuni tipi di coerenze esperienziali dell’osservatore attraverso l’uso di certi tipi di coerenze esperienziali dell’osservatore. Così la fisica non è un dominio primario di esistenza, ma è un dominio particolare di spiegazioni di un particolare dominio di coerenze esperienziali di un osservatore. Le nozioni teoriche sono astrazioni delle coerenze esperenziali di un osservatore in certi domini, o almeno sono intese così. Data questa condizione, le teorie sono operativamente valide solo nel dominio in cui esse si applicano come astrazioni.

f) Il tempo unidirezionale e il tempo reversibile emergono come nozioni teoriche in fisica come astrazioni che l’osservatore fa delle sue coerenze sperimentali e che denota con le parole tempo e reversibilità. Come nozioni astratte il tempo unidirezionale e il tempo reversibile possono essere trattati come entità che hanno efficacia operativa nel dominio esperenziale del quale esse sono astrazioni. Questo appare ovvio. Ciò che non è così ovvio, tuttavia, è che spesso dimentichiamo che il tempo unidirezionale e il tempo reversibile sono in realtà astrazioni delle coerenze esperenziali dell’osservatore, come ho indicato prima. In quest’ ultimo caso noi trattiamo il tempo unidirezionale e il tempo reversibile come entità esistenti indipendentemente da ciò che facciamo in quanto osservatori, o come se fossero riflessi o rappresentazioni di tali entità indipendenti, e così noi generiamo conflitti concettuali e operativi. Quando ciò avviene non vediamo nemmeno che le formulazioni matematiche nelle proposizioni astratte emergono solamente come valide nelle loro coerenze in quanto astrazioni delle coerenze delle esperienze che rappresentano.

Poiché la nozione di tempo è stata generata come astrazione delle nostre esperienze di sequenze di processi nelle molteplici dimensioni e forme dell’esistenza umana, questa nozione viene generata in relazione alla molteplicità di forme nelle quali viviamo. Di conseguenza ci sono tante forme di tempo quante sono le forme di astrazione delle regolarità delle esperienze di processi e sequenze di processi. Così noi parliamo di tempo veloce e lento, di passare il tempo, di perdere tempo, di avere o non avere tempo, di coincidenza nel tempo, di reti di tempo, di simultaneità,… in molti ambiti di esperienze, e in tutti i casi noi ci riferiamo allo stesso tipo di astrazione nel dominio di sequenze di processi. In realtà ogni dominio ha una sua propria dinamica temporale così come ha una sua propria dinamica processuale. La consapevolezza che la nozione di tempo emerge come astrazione dalle coerenze delle esperienze dell’osservatore che usa come nozione esplicativa non è un problema. Ciò che diventa un problema a lungo andare è l’inconsapevole adozione della nozione di tempo come principio esplicativo che è accettato come contenuto certo dandogli uno status ontologico trascendentale.

CONCLUSIONE

Ho risposto alla domanda “quale distinzione connotiamo quando parliamo del tempo?” mostrando 1) che noi non connotiamo e non possiamo connotare un’entità o dimensione naturale che esiste indipendentemente da quello che noi facciamo in quanto osservatori umani; e 2) mostrando che noi usiamo nella vita quotidiana la parola tempo per indicare o per connotare un’ astrazione delle nostra esperienze di successione di processi.
In altre parole ho mostrato che la nascita della nozione di tempo in qualsiasi dominio si fonda sulla biologia dell’osservatore, non nel dominio della fisica che è un dominio di spiegazioni di un particolare tipo di coerenze esperenziali dell’osservatore.
Inoltre in questo processo ho anche mostrato che appena il tempo emerge come principale astrazione del flusso di esperienze dell’osservatore, esso emerge con direzionalità e irreversibilità, e che il tempo reversibile sorge solo come una collaterale e ulteriore astrazione delle esperienze dell’osservatore che è possibile solo in un dominio di tempo unidirezionale e irreversibile. infine sostengo che la nozione di tempo viene frequentemente usata come un principio esplicativo che gli conferisce uno status ontologico trascendentale.

L’osservatore non è un’entità fisica, l’osservatore è una maniera di operare degli esseri umani nel linguaggio. E’ attraverso le operazioni dell’osservatore che emergono tutti i domini cognitivi, compreso il dominio dell’osservazione. La fisica è la modalità con cui l’osservatore spiega attraverso la coerenza della sua esperienza un particolare dominio di esperienze che è denotato con il termine fisica.
In realtà l’osservatore stesso emerge come entità di cui noi osservatori possiamo parlare attraverso l’operazione dell’osservatore che costituisce il fondamento di tutto quello che noi umani facciamo.
Senza dubbio noi ci comportiamo nella nostra vita come se vivessimo in un mondo che esiste indipendentemente da quello che noi facciamo, e che noi chiamiamo realtà.
Ed è soprattutto per questo che ci domandiamo come conosciamo la realtà, o il tempo, come se ci riferissimo proprio a qualcosa che esiste indipendentemente da ciò che facciamo. Il mio intento è stato diverso. La mia domanda non riguarda la realtà del tempo, o di ogni altro tipo di entità, come se la sua esistenza indipendente potesse essere presa per garantita. La mia domanda riguarda le esperienze o le operazioni che noi facciamo come osservatori quando usiamo differenti nozioni, concetti o parole che implicano distinzioni di entità o caratteristiche di un mondo indipendente.

L’esperienza che noi distinguiamo come accaduta a noi non è mai un problema a meno che non ci accusiamo l’un l’altro di mentire. È la spiegazione dell’esperienza che costituisce un problema come fonte di conflitti. L’esperienza emerge spontaneamente letteralmente dal nulla, oppure, se vogliamo, dal caos, dal dominio sul quale non possiamo dire nulla che non nasca dalle coerenze della nostra esperienza. Ciò che dico è valido per ogni dominio di esperienze, sia questo la vita, la fisica, la fisica quantistica, le relazioni umane … Tutti questi differenti domini di esperienza sono domini esperenziali vissuti come domini di spiegazioni delle nostre esperienze attraverso le nostre esperienze. Ma le nostre esperienze non sono disordinate, esse nascono coerentemente in quanto nascono in noi dal niente. Così noi esistiamo in questa meravigliosa situazione esperienziale nella quale noi, in quanto osservatori che esistono nel presente, siamo la sorgente di ogni cosa, pesino di ciò che possiamo trattare nelle coerenze delle nostre esperienze come osservatori, come entità che attraverso la loro operazione danno vita all’operazione dell’osservare e di spiegare i loro accadimenti all’interno di un dominio chiuso di spiegazioni.
La grande tentazione è di trasformare l’astrazione delle coerenze che distinguiamo delle nostre esperienze con nozioni come realtà, esistenza, ragione, spazio, coscienza.. oppure tempo, in principi esplicativi.