
LA
NATURA DEL TEMPO
Humberto
Maturana 27 Nov 1995
* La domanda è “quali distinzioni facciamo o evochiamo quando parliamo di tempo?”.
Tutto ciò di cui noi esseri umani parliamo sono relazioni che emergono nel nostro operare nel linguaggio come ambito chiuso di coordinamenti di comportamenti consensuali e ricorsivi (diversi livelli: coordinazioni di coordinazioni di coordinazioni…: comportamento linguistico, linguaggio, oggetti, concetti…).
La
vita, il vivere, si svolge come
flusso di processi.
Passato, presente e futuro sono idee che noi esseri umani inventiamo quando spieghiamo i nostri accadimenti ->il tempo è inventato come sfondo in cui passato, presente e futuro possano svolgersi.
Il
linguaggiare è un modo di fluire nel
vivere
insieme, facendo cose insieme, in coordinamenti di comportamento
consensuali e ricorsivi.
Acquisiamo
la nostra struttura momento dopo
momento conformemente al corso del nostro linguaggiare, e linguaggiamo momento
dopo momento conformemente alla nostra struttura in quel momento.
Noi esseri umani esistiamo nel linguaggio, e quando linguaggiamo non possiamo dire nulla al di fuori del linguaggio.
Noi
esseri umani esistiamo/emergiamo dentro
il linguaggio, nella sua dinamica chiusa di coordinamenti di coordinamenti
consensuali ricorsivi.
Così tutto ciò che diciamo o possiamo dire - tutto ciò che noi possiamo distinguere quando facciamo ciò che facciamo come osservatori (come esseri umani linguaggianti) - ha luogo come un'operazione all’interno di coordinamenti consensuali di comportamenti senza fare alcun riferimento a qualsiasi cosa al di fuori del nostro linguaggiare.
Gli
oggetti nascono con il linguaggio
come consensuali coordinamenti di comportamenti che coordinano i comportamenti.
Le “proprietà” degli oggetti emergono come differenti generi di coordinamenti.
Come
ai diversi tipi di oggetti corrispondono diverse operazioni di coordinamenti di
comportamenti, gli oggetti astratti
(idee, concetti, nozioni) portano i coordinamenti di comportamenti nel dominio
di coordinamenti consensuali dei comportamenti di cui essi sono astrazioni.
Nella nostra cultura viviamo come se il linguaggio fosse un sistema simbolico per riferirsi a entità di diversi tipo (es: tempo, materia, energia… realtà) che esistono indipendentemente da nostro coordinarci, e trattiamo anche noi stessi come se esistessimo al di fuori del linguaggio, come fossimo entità indipendenti che utilizzano il linguaggio. .
Quello che immaginiamo non è indipendente dal nostro linguaggiare, non possiamo immaginare una realtà indipendente fuori dal linguaggiare.
La
nozione di realtà (indipendente, esterna) è un'assunzione esplicativa che
noi umani abbiamo inventato per spiegare che cosa distinguiamo come nostre esperienze negli accadimenti
della nostra vita.
Ciò
che facciamo quando spieghiamo le
nostre esperienze è utilizzare le nostre
esperienze per spiegare le nostre esperienze..
Non
sperimentiamo le cose come caratteristiche di un mondo indipendente, ma sperimentiamo quello che distinguiamo
come accadente a noi mentre operiamo nel linguaggio.
La nozione di “realtà indipendente” non ha alcun senso al di fuori del linguaggio, d’altra parte non avere accesso a qualcosa che potrebbe correttamente essere chiamato una realtà indipendente non è una limitazione per la nostra vita o per il nostro fare poiché nulla di ciò che facciamo nel flusso del coordinamento consensuale di comportamenti in cui esistiamo richiede il concetto o la supposizione che esista una realtà indipendente.
“Conoscere”
non può riferirsi ad una realtà indipendente dal momento che è qualcosa che noi
come esseri linguaggianti non possiamo fare.
Tutte
le nostre spiegazioni hanno luogo in un dominio chiuso: la realtà e gli altri
concetti esplicativi sono assunzioni a priori che non hanno luogo fuori dagli
ambiti esplicativi in cui esistiamo come esseri parlanti.
La
conoscenza è una relazione interpersonale, una maniera di vivere insieme,
nell’ambito di coordinamenti consensuali di coordinamenti consensuali di
comportamenti.
Attribuiamo conoscenza quando consideriamo adeguato il comportamento in un ambito specifico.
Quali
caratteristiche di coerenza delle nostre esperienze connotiamo o astraiamo
quanto utilizziamo la parola tempo?
L’esperienza
è la nostra condizione di partenza sia per porre la domanda sia per rispondere,
dunque: cosa facciamo quando
utilizziamo la parola tempo?
La parola tempo connota un’astrazione dell’accadere di processi in sequenze come noi li distinguiamo nelle coerenze delle nostre esperienze.
Al momento dell’astrazione della relazione sequenziale che da origine a quella distinzione che chiamiamo tempo, il tempo emerge nell’ esperienza dell’osservatore con direzionalità ed irreversibilità come se avesse indipendenza da ciò che l’osservatore fa (poiché una volta che il tempo è emerso può essere usato dall’osservatore (essere linguaggiante) nella sua riflessione sulle regolarità delle sue esperienze proprio perché emerge come un’astrazione delle regolarità delle sue esperienze.
La
fisica non è un dominio primario di
esistenza, ma è un dominio particolare di
spiegazioni di un particolare dominio di coerenze esperienziali di un
osservatore.
Le
nozioni teoriche sono astrazioni delle coerenze esperenziali di un osservatore
in certi domini. Le teorie sono operativamente
valide solo nel dominio in cui esse si applicano come astrazioni.
Se trattiamo il tempo come entità esistente indipendentemente da ciò che facciamo in quanto osservatori generiamo conflitti concettuali e operativi.
Ci sono tante forme di tempo quante sono le forme di astrazione delle regolarità delle esperienze di processi e sequenze di processi. Così noi parliamo di tempo veloce e lento, di passare il tempo, di perdere tempo, di avere o non avere tempo, di coincidenza nel tempo, di reti di tempo, di simultaneità. Ogni dominio ha una sua propria dinamica temporale così come ha una sua propria dinamica processuale.
L’osservatore non è un’entità fisica,
l’osservatore è una maniera di operare degli esseri umani nel linguaggio. E’
attraverso le operazioni dell’osservatore che emergono tutti i domini
cognitivi, compreso il dominio dell’osservazione.
L’osservatore stesso emerge come entità di cui noi osservatori possiamo parlare attraverso l’operazione dell’osservatore che costituisce il fondamento di tutto quello che noi umani facciamo.
L’esperienza emerge spontaneamente letteralmente dal nulla, oppure, se vogliamo, dal caos, dal dominio sul quale non possiamo dire nulla che non nasca dalle coerenze della nostra esperienza. Ma le nostre esperienze non sono disordinate, esse nascono coerentemente in quanto nascono in noi dal niente.
La
grande tentazione è di trasformare in principi esplicativi le astrazioni delle
coerenze che distinguiamo con nozioni come realtà, esistenza, ragione, spazio,
coscienza, tempo.