Il drago che aveva paura dei camini


Questa è la storia che ci raccontava la mamma e che io ho raccontato a Margherita, mia figlia, così come l’ho capita.

C’era una volta un drago che terrorizzava il paese vicino a cui viveva. Ogni tanto scendeva per le strade e si mangiava qualcuno, o anche solo lo mordeva portandosi via qualche pezzo, un braccio, o una gamba.

La gente del paese aveva tentato in tutti i modi di ucciderlo.

Avevano chiamato un gruppo di bravissimi arceri. Questi riuscivano a colpirlo, ma le frecce non penetravano nella spessa pelle del drago, rimanevano infilzate penzoloni, dandogli fastidio, ma non riuscendo ad ucciderlo. Immaginati il fastidio di una freccia penzoloni nella pelle, così puoi capire quanto arrabbiato e ancora più feroce diventasse il drago.

Poi avevano chiamato un gruppo di fucilieri. Le loro pallottole rimbalzavano sulla pelle del drago, non riuscivano ad ucciderlo, al massimo lo graffiavano un po’, e lui si arrabbiava sempre di più.

Erano tutti disperati, soprattutto il sindaco, non sapevano come riuscire ad uccidere il drago. Per loro il problema era questo: “come ucciderlo” e non sapevano come fare. Non si rendevano conto che il problema era piuttosto come difendersi o come evitare di farsi fare male.

Un giorno Dimitri, che aveva 8 anni, andò dal sindaco a proporgli il proprio aiuto “io so come fare”. Il sindaco era incredulo, nessuno, neppure gli adulti, neppure gli adulti esperti in ammazzamenti, sapevano come fare, e avevano paura. Dimitri invece era tranquillo, e diceva di sapere come fare.

Il sindaco pensava che Dimitri fosse ‘solo un bambino’, dunque incapace, o illuso. Non aveva intenzione di perdere tempo ad ascoltarlo, e poi aveva paura che con le sue follie Dimitri potesse farsi male.

Il nonno di Dimitri era con lui, e diceva “ma in effetti abbiamo una bella idea, potrebbe funzionare, posso aiutare io Dimitri”. Il sindaco allora ascoltò l’idea, e anche se temeva per l’incolumità di Dimitri e del nonno decise di appoggiarli, tanto, pensava, senza tentare sarebbero morti tutti lo stesso.

Dimitri e il nonno allora si misero a costruire una casa di mattoni. Con un enorme camino. Quando la casa fu finita, Dimitri salì sul tetto e cominciò ad urlare “drago! Tu hai paura dei camini!” , “draaaago! Tu hai paura dei camiiiini!”. Per un po’ di volte.

Ad un certo punto il drago, stufo di questa frase poco sensata urlò a sua volta (con il vocione) “non ho paura dei camini io, sono il drago, e non temo certo i camini!”. Al che Dimitri gli disse “e allora, se non hai paura, salta dentro il camino di questa casa, fammi vedere se sei capace!”. Il drago minacciò “domani, vedrai”.

L’indomani Dimitri, salito sul tetto della casa ricominciò ad urlargli “drago! Tu hai paura dei camini!”. Temeva che il drago si fosse ritirato dalla promessa di saltar dentro il camino. “Drago! Tu hai paura dei camini!”. Temeva anche che mantenesse la promessa “draaaago! Tu hai paura dei camiiiiini!”.

Ad un certo punto, “PUM PUM PUM”, Dimitri sentì i passi del drago che si avvicinava, si capiva che era arrabbiatissimo, grugniva “non ho paura io!”, e poi saltò con un boato nel camino.

In quel esatto momento il nonno, che era dentro la casa, chiuse veloce veloce la rete che era attaccata sotto il camino così da catturare il drago come in un sacco. Fatto!

Il drago era stupefatto, ma si mise a ridere con il vocione terrificante “credi forse di avermi catturato? Ha! Ha! Io posso sputare fuoco!!!”. Ma quando stava per farlo Dimitri rovesciò un barile d’acqua sul suo muso, e il drago, non potendo più sputare fuoco, si accorse che non poteva liberarsi della rete.

A questo punto bisognava tirare fuori il drago dalla casa. Ma come si poteva visto che la porta era più piccola del drago?

A Dimitri venne un’altra idea. Salì sul tetto, e dal camino stavolta rovesciò un barile di pepe, giù verso il drago, e scappò via.

Il drago cominciò a stropicciarsi il naso, a sbattere le cilia, a respirare strano, e poi a trattenere il fiato, e poi ad aver voglia di starnutire, “e- …e-…” … fino a quando “e-ciùuuu!” starnutì e la casa di mattoni crollò.

Adesso il drago era fuori casa, sempre chiuso nella rete. Era un po’ ammaccato, e anche raffreddato. Così intrappolato, non faceva più tanta paura alle persone del paese.

Erano lì tutti intorno. A deriderlo, ora che lo vedevano indifeso. A punzecchiarlo, ora che non ne avevano più paura.

Volevano ucciderlo, e subito, per non pensarci più. Per fare come se non esistesse.

Festeggiavano, furiosi “uccidiamolo! Uccidiamolo!”

Dimitri guardava il drago.

Il nonno guardava Dimitri che guardava il drago. Gli mise una mano sulla spalla, e stettero lì.

Dimitri parlò, e questa volta lo ascoltarono subito “ho un’idea: e se invece di ucciderlo lo mandassimo nello zoo della capitale? Saranno contenti di averlo lì, non ci potrà più far male, e noi ci saremo risparmiati di ucciderlo”.

Ci fu dibattito: quelli che volevano che il drago fosse ucciso non si decidevano a ucciderlo loro, di persona, e poi si convinsero che l’idea dello zoo non era tanto male.

Così il drago partì, caricato su un camion fatto di tre camion messi insieme.

Nello zoo fu accolto come meravigliosa rarità. Da tutti i paesi della regione arrivavano visitatori e lo zoo prosperava, famoso.

Ma con il passare del tempo i visitatori cominciarono a scarseggiare, ormai tutti avevano visto il drago, non era più una novità, e gli introiti diminuirono. Il drago però continuava a mangiare moltissimo: ogni giorno un camion di pane, baguette, rosette, filoni, e poi latte, tantissimo, barili e barili, tipo 30, e poi verdura fresca, frutta, patate, riso, pasta…

Allo zoo non sapevano come fare a mantenerlo. Resistettero un po’ ma poi cominciarono a prendere in considerazione l’idea di ucciderlo, o di lasciarlo morire di fame.

I figli del gestore dello zoo però avevano un’altra idea. A loro spiaceva che il drago morisse così. Perciò proposero di insegnare al drago a diventare buono “se diventerà buono, non avremo più la necessità di ucciderlo”.

Poteva essere una buona idea, ma come fare?

Qualcuno aveva sentito dire che in Cina c’erano persone sagge capaci di parlare la lingua dei draghi, decisero di chiedere loro aiuto.

Invitarono in città due grandi saggi, e spiegarono loro tutta la storia: il drago che aggredisce, il paese terrorizzato, i tentativi falliti di ucciderlo, la cattura, la vita nello zoo …

I saggi erano vestiti con vestiti normali in Cina, leggeri e semplici.

Si sedettero su una panchina davanti alla gabbia del drago e cominciarono a parlare fra loro nella lingua dei draghi.

Si raccontarono storie divertenti in cui qualcuno, per esempio un lupo o un serpente velenoso, cambiavano la loro vita, da triste, bastonata, solitaria, a allegra e in divertimento con gli altri. Parlavano con calma, e ridevano, soddisfatti.

Ogni giorno si sedevano sulla panchina a raccontarsi una storia. Una volta raccontarono anche la storia del lupo di Gubbio, con cui Francesco fece pace, perché i Cinesi conoscono molte storie di tutto il mondo.

Raccontavano del piacere di andare d’accordo, di ascoltarsi, di vivere insieme in pace.

Il drago ascoltava, e ascoltava, e vagamente pensava. Si commuoveva, sperava e si divertiva.

Un giorno, dopo tanti racconti, il drago si rivolse ai due saggi “signori, scusate se vi interrompo, vi ho ascoltato per tanti giorni, ho pensato e immaginato, e ora avrei una domanda da farvi: secondo voi, posso diventare buono anche io?”.

I due saggi si guardarono e si sorrisero, e dissero, questa volta proprio rivolti al drago “se vuoi essere buono, vale a dire se ti importa di star bene con gli altri e se ti importa di goderti la pace, allora sei già buono, devi solo stare attento a non fare male a nessuno”.

Si guardarono negli occhi, erano tutti contenti.

I saggi andarono subito dal direttore dello zoo a dare la buona notizia. Incominciarono i festeggiamenti. Tutti, i visitatori, il direttore, i figli, i lavoratori dello zoo, tutti, fecero un grande pic nic, aprirono la gabbia e festeggiarono coccolandosi il drago.

Il drago era felice di essere libero, per questo decise di tornare al suo paese. Mangiò un po’, poi salutò ciascuno e li lasciò fra musiche e canti a festeggiare.

Tutti si sentivano talmente leggeri che si erano dimenticati di avvisare la gente del paese che il drago stava tornando.

Così successe che quando il drago arrivò in paese, quando, “PUM PUM PUM”, da lontano si sentirono i suoi passi spaventosi, prima increduli e subito dopo terrorizzati, tutti i paesani scapparono urlando “presto! Chiudetevi in casa! Il drago è tornato! Presto! Aiuto, aiuto!”.

Il terrore era tornato.

Ognuno era chiuso in casa, al buio, anche le persiane erano chiuse per non vedere nulla.

Solo Dimitri, da dietro le persiane sbirciava. Giù nella piazza vedeva il drago che spiegava “gente, lo so che prima ho fatto del male, ma non lo sapevo. Non so come rimediare. Ero triste, e non lo sapevo. Ero arrabbiato e credevo fosse tutta colpa vostra, ché mi volevate morto. Ero solo, e cieco, per questo ero cattivo.
Per piacere, credetemi, adesso ho capito. Per piacere, credetemi, non vi farò male, adoro la pace!”.

Nessuno gli credeva. Lui parlava con il suo solito vocione, e loro si tappavano le orecchie perché avevano molta paura.

Dimitri, che ricordava di quando lo aveva guardato in faccia, da lontano, da sopra il tetto e di fianco al grande camino, invece ascoltava.

Lo vedeva triste, solo, disperato e speranzoso. E scese giù, nella piazza.

Si avvicinò al drago. Il drago lasciò che Dimitri salisse a cavalcioni sulle sue scaglie, e si misero a giocare. Allegri.

La gente pian piano si accorse che le voci e i rumori erano cambiati. Cominciarono a sbirciare anche loro fra i legni delle persiane, e videro Dimitri saltare e ridere sul drago. Anche il drago rideva, con il suo vocione, che adesso non faceva solo paura.

Così la piazza si riempì via via di gente che diceva “eccomi” ed era contenta di esserci.

Con i giorni seguenti si organizzarono bene. Il drago trasportava, tenendoli sulle sue scaglie, pacchi di mattoni su su per la collina. Sarebbe stato un lavoro quasi impossibile senza il suo aiuto, valeva certo di essere ripagato con camionate di baguette e latte.

Faceva da autobus trasportando le persone sedute in fila sulla sua schiena, e si dava da fare con altri lavoretti. Poi la sera cantava insieme a tutti.

Un giorno morì. Fu seppellito nella terra, vicino ad una lapide che raccontava la storia della sua vita con il paese.

Diceva la mamma che sul terreno dove il drago era stato seppellito nacquero alcuni grandi cardi, a ricordo delle sue scaglie.